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Intervista ad Alessandro Rizzi, visioni da un altro pianeta…
Alessandro Rizzi, dopo averlo conosciuto di persona, lo riconosci nelle sue fotografie.
Riconosci quella tranquillità e quella serenità curiosa, quella pacatezza solo superficiale, che nasconde un mare di idee, intuizioni, progetti in continua evoluzione. Alessandro è come le sue fotografie, che sembrano tranquille e quasi “addormentate” ma portano con sè una quantità di sottotesti, di interpretazioni, di contenuti, che le rendono uniche ed affascinanti.
Ora, non volgio annoiarvi con una pagina di sperticate lodi, vi lascio all’intervista e alle foto di Alessandro, dopo una piccola biografia che può aiutarvi a capire di chi parliamo.
Alessandro Rizzi è nato in Emilia nel 1973. Nel 2002 vince il premio 3M come Miglior Fotografo Italiano under 30, fotografo dell’agenzia Grazia Neri è pubblicato nelle collection più prestigiose di Getty Images. Nel 2006 pubblica il libro fotografico Vision from Another World.

FP: Ciao Alessandro, e benvenuto su fotografiaprofessionale.it
Iniziamo dalle presentazioni, raccontaci chi è Alessandro Rizzi.
AR: Autodefinirsi non è facile ma partiamo dalle cose sicure:
Maschio, anni 35, emiliano, fotografo, base in un piccolo paese tra Reggio Emilia e Parma dove sono nato.
Costruisco per me piccoli impianti valvolari per jazz e musica da camera e ho una passione per le macchine fotografiche a telemetro e i libri di fotografia.
Ho iniziato a fotografare quando trovai una vecchia Minolta di mio padre nell’armadio di casa, nascosto da maglioni e camicie. Quella fu la folgorazione immediata, il fascino per l’oggetto e la curiosità di capirne il funzionamento.
FP: Su FotografiaProfessionale.it fino ad oggi ci siamo occupati più che altro di fotografia di moda e per l’Adv, il tuo mondo invece è principalmente quello del reportage. Come si svolge il tuo lavoro? Come ricevi un incarico e come lavori sul campo?
AR: Negli ultimi anni la fotografia di reportage e di Street che è quella che pratico io è entrata di forza nel campo dell’ADV sconfinando dalla propria collocazione storica.
Mentre fino a pochi tempo fa i commissionati per riviste e clienti avvenivano quasi esclusivamente con la mediazione delle agenzie che rappresentano il fotografo, ora molto del lavoro arriva direttamente dai clienti e dai photoeditor delle riviste. Il ruolo delle agenzie sta venendo ripensato e trasformato.

FP: Hai scattato per alcune delle più importanti riviste del mondo, hai vinto il premio 3M come Miglior Fotografo Italiano under 30 nel 2002, quindi sei la persona più indicata alla quale rivolgere la domanda più difficile. Come si trasforma la passione in lavoro e il lavoro in successo? Come è successo per te?
AR: Dopo i primi anni nei quali viaggiavo per piccoli reportage tra est Europa e medio oriente ho incontrato a Milano,Grazia Neri. In modo rocambolesco ma travolgente.
Grazia Neri rappresentava da sempre il meglio della fotografia italiana, l’agenzia di riferimento per il mondo professionale e la sua competenza personale rimane indiscussa. Pochi minuti dopo l’incontro con Grazia e dopo averle mostrato alcune mie fotografie mi diede un appuntamento in agenzia nei mesi successivi, una volta là le mostrai alcuni lavori inediti e ricordo ancora quando chiamò il suo braccio destro, l’attuale photoeditor dell’Espresso per portare il contratto di rappresentanza, contratto che legava il mio lavoro al nome Grazia Neri.
Da quel giorno cambiò tutto , prima fui presentato alle riviste italiane e poi negli anni successivi alle riviste americane, inglesi, francesi.
Grazia ha rappresentato la realizzazione dal sogno al mestiere sul campo...
FP: Guardando le tue foto ci si trova davanti a due anime, quella del fotografo e quella del viaggiatore, che sembrano convivere in grande armonia, quasi in simbiosi. C’è la grande curiosità del viaggiatore che scruta ogni angolo, ogni vetrina, ogni vicolo, e allo stesso tempo c’è anche l’istinto del fotografo pronto a scattare ogni attimo irripetibile, l’occhio che coglie inquadrature e soggetti mai banali.
Facciamo un gioco crudele. Puoi scegliere, passaporto o macchina fotografica, a cosa rinunci?
AR: Ah molto simpatico, non vorrei mai privarmi delle scoperte di un viaggio e dico macchina fotografica… anche perché troverei il modo di fare fotografie con altri mezzi…


FP: Nelle tue immagini si coglie una poetica molto personale, la capacità di cogliere il dramma, l’ironia e l’assurdo del momento. Oltre alla tecnica e alla sensibilità per l’inquadratura c’è altro…
AR: L’immersione in un mondo mentale! Un mondo che cerco di affinare guardando libri, film e ogni sorta di traccia che mi leghi a un luogo e alla mia idea di quel luogo. Non c’è niente di più soggettivo in quella oggettività che mi si presenta davanti.
Il momento dello scatto rappresenta la sintesi di una ritualità, di gesti e modi di sentire e guardare che costruisco da lontano a volte riuscendo nella sintesi a volte no.
FP: Hai realizzato tantissimi reportage in estremo oriente, e so che passi molto del tuo tempo in Cina. Da cosa viene la passione per questa parte del mondo? Raccontaci l’oriente di Alessandro Rizzi.
AR: Si ho iniziato ad andare in Cina nel 2003 e ricordo ogni secondo di quel primo viaggio. Rimasi abbagliato, completamente risucchiato dalla potenza di quella velocità di cambiamento.
Seppur siano passati solo 6 anni la trasformazione è stata totale, sconvolgente e affascinante. La Pechino del 2003 era già modernissima ma conservava ancora qualche segno di storia, la gente girava ancora in bicicletta per gli Hutong, i vecchi quartieri della capitale.
Sono tornato in Asia tutti gli anni dal 2003 fino alla scorsa primavera, vivendo anche sei mesi per anno tra Cina, Taiwan e Giappone. In Asia mi perdo in un mondo così diverso da farmi trascinare dalla corrente e la cosa mi piace molto.
FP: Non scatti solo reportage e immagini per l’editoria, ma anche molte campagne Adv e Corporate, e architettura. Che differenza c’è fra i diversi tipi di lavoro? Come li affronti?
AR: Le differenze non sono più così marcate come si potrebbe pensare. La comunicazione pubblicitaria esplora diverse forme espressive , l’architettura nel suo modo di lavorare lo spazio è diventata liquida, plastica nelle forme pur essendo fatta di materia. Se c’è una mia predisposizione alle varie discipline, questa credo nasca dalla relazione che il mio occhio ha con lo spazio, sia nell’adv che nei miei progeti editoriali e personali, la scena diventa una quinta dove può avvenire qualcosa o niente a volte ma è dentro un contesto che guardo e che amo guardare.
FP: Come lavora Alessandro Rizzi? Come procedi? Programmi lo scatto e ricerchi la perfezione di ogni particolare o scatti ad istinto, riprendendo le cose che ti colpiscono nell’ambiente che ti circonda? Cosa ti fa scegliere se scattare o no?
AR:Come accennavo prima lo scatto non è programmato ma è pensato come fosse il momento di una narrazione. Io ho in mente una mia trama, ovvero ciò che mi interessa e ciò che non mi interessa ma non parlo di fatti parlo di potenziale.
Mi interessa tutto se si verificano una serie di condizioni che amabilmente Joseph Koudelka ha chiamato “ Il Potenziale della situazione”, quando il tanto o il poco che accade, accada nel modo migliore possibile, con una poesia o una forza che esisterà solo in quel momento.


FP: Nei tuoi scatti si coglie una sensibilità per la luce caratteristica e particolare. Moltissime delle tue immagini di reportage sono contraddistinte da un uso della luce naturale che ricorda i set cinematografici e le luci da studio. Ci racconti il rapporto di Alessandro Rizzi con la luce?
AR: Ci sono 3 tipi di luce da cui sono rapito, quella delle case, che vorrei sempre soffusa e calda, quella lattiginosa dell’Emilia che mi piace ma per periodi non troppo lunghi e quella tagliente del sole che fa ciò che vuole, taglia e sparisce a volte in un attimo a volte disegna paesaggi mentali, come nel sud degli Stati Uniti dove l’anno scorso ho scattato un ADV per Janus Group, proprio vicino a Paris Texas dove Wim Wenders ha ambientato uno dei suoi film più famosi.
Lascio che la luce mi meravigli ma non so manipolarla, lascio che sia quella che è, sono sicuro che è molto più bella e ricca di dettagli di quanto ancora non abbia capito. Forse proprio per quel discorso sullo spazio come set la luce mi appare come una grande parte della scena.
FP: Il mondo della fotografia sta cambiando rapidamente, negli ultimi anni l’avvento delle banche immagini a basso costo e delle foto “free” ha rivoluzionato il mercato. Tu sei rappresentato da grandi agenzie internazionali, le tue immagini sono nelle collection più esclusive di Getty Images, come sta evolvendo la situazione? Quali sono a tuo parere le prospettive per il futuro della fotografia?
AR: Credo che l’evoluzione veloce dei processi di utilizzo e distribuzione delle immagini stia prendendo la forma che avrà per i prossimi anni. E’ un momento difficile e interessante nella storia della fotografia.
A mio avviso rimarranno 2-3 player mondiali a livello di agenzie distributive, come esempio Getty e una piccola moltitudine di soggetti iper specializzati , alcuni stanno venendo acquisiti da Getty stessa, altre fanno della nicchia la propria forza.
Dal punto di vista della produzione, essendosi abbassati i budget per la realizzazione delle idee, solo piccole agenzie cosiddette Boutique, ovvero strutture snelle con pochi fotografi di grande qualità e poco personale all’interno, avranno un ruolo determinante. Per le altre prevedo una brutta fine come purtroppo appena avvenuto alla mia ex agenzia Grazia Neri.


FP: Come sai uno dei campi di cui si occupa FotografiaProfessionale.it è la post-produzione. Le tue immagini sono molto naturali, molto pulite e post-prodotte con molta misura ed attenzione, come lavori? Che rapporto hai con la post-produzione ed il ritocco?
AR: Grazie per la descrizione che fai delle mie immagini. Non ho una tecnica di postproduzione particolare nella quale riconoscermi. Postproduco le mie immagini attento a non calcare troppo la mano su effetti di contrasto o di colore, apprezzo la naturalezza delle stampe ottenute via negativo e il background da cui arrivo, viene da ore di stampa colore in camera oscura.
La libertà espressiva a cui si accede attraverso la post è incredibile e ne sono assolutamente sedotto, ho l’idea che tutto sia possibile ma ne vanno stabiliti i limiti precedentemente.
In sostanza mi interessa capire come si sposa il progetto che si ha in mente con l’idea del colore che questo progetto si porta dietro.


FP: Che consigli ti sentiresti di dare ad un fotografo che tenti la strada della foto editoriale o di reportage? Come si entra in una grande agenzia o in un grande giornale a proporre i propri lavori?
AR: Gli strumenti sono gli stessi per tutti almeno dal punto di vista della visibilità. Serve un sito internet come biglietto da visita nel caso non ci siano agenzie dietro.
Dopo la lunga esperienza in GraziaNeri mi è capitato di essere chiamato da Getty e ora da Bill Charles per cui non saprei davvero come proporsi a una grande agenzia.. Anche se credo in un po di promozione personale so bene che ci vuole tanta fortuna e un modo intelligente o innovativo di presentarsi.. Naturalmente quando c’è una rete di persone che ti conoscono e ti stimano tutto diventa più facile ma la stima la si costruisce su un buon lavoro e non sugli aperitivi come molti credono.
FP: In mezzo ad un panorama piuttosto omologato spuntano alcuni fotografi con personalità ed idee, si vedono cose nuove, ma anche tante copie di fotografi di successo,
dove sta andando la fotografia?
AR:Penso sia normale un panorama variegato, l’accessibilità dei modelli di riferimento via web, il basso costo delle attrezzature che consente a tutti di sviluppare idee con alta qualità realizzativa, la postproduzione e altri fattori fanno del mondo della fotografia un terreno di esplorazione.
A mio avviso la fotografia sta cercando di capire a quali tavoli è ancora invitata a cena e a quali non è più gradita, almeno nella forma che conosciamo, forma che ha teso a ripetere se stessa ma che oggi da pochi risultati.
FP: So che in queste settimane sei in Giappone, stai lavorando a un progetto in particolare?
AR: Si sono a Tokyo da alcune settimane per la realizzazione di un progetto per Fotografia Europea 2010. (www.fotografiaeuropea.it)
Mi è stato chiesto di produrre una mostra che fosse in linea con l’idea del curatore, Elio Grazioli, legata al tema dell’incanto nella contemporaneità.
Ho una buona conoscenza di Tokyo, della sua vita e dei sui meccanismi; Avevo già iniziato un progetto ispirato dai romanzi di Aruki Murakami, A sud del Confine a Ovest del sole e la scelta di continuare quel lavoro e espanderlo mi è venuta immediata, poi una volta qui ho scoperto che lo stesso Grazioli aveva pensato a Murakami parlando di Incanto.
FP: Domanda d’obbligo che ti rivolgo per gli appasionati e per chi segue il tuo lavoro. Con quale macchina fotografica lavori per i tuoi scatti di street photography e più in generale per i progetti Personali ?
AR: Ho una passione particolare per la Makina Plaublel 670 che uso in situazioni e per lavori particolari ma da molti anni mi muovo e lavoro con Leica M, prima l’M6 usata proprio nel mio primo viaggio a Tokyo (2003) e con pellicole a colori e ora con la M digitali.
La M8 di cui sono un felice possessore e ora la M9 che ho avuto modo di provare qui a Tokyo. La M9 mi è sembrata ancora migliore, feeling immediato che riporta allo scatto della M6, qualità ottima dei file e naturalmente la facilità di pensare in full frame.
Aspetto curioso di provare la S2, facendo una street photography che ha una forte relazione con l’architettura, potrebbe essere la macchina con la quale fare tutto, avendo anche nel corredo futuro alcune ottiche decentrabili e diminuire il carico di peso sulle mie spalle che inizio a sentire
FP: C’è una domanda che avresti voluto che ti facessi e che non ho fatto?
No mi sono divertito a risponderti e poi non abbiamo un intervista a ogni release di fotografia professionale ? Ci tengo alle promesse…
Ringraziando Alessandro per la disponibilità, vi invito a vistare il suo sito www.alessandrorizzi.com per godere di tutte le fotografie che non abvbaimo potuto pubblicare in questa intervista.
Appuntamento alla prossima intervista di FotografiaProfessionale.it
Tecniche Avanzate Ritocco Pelle: i ritocchi di Haller!
Come promesso, anche se con qualche giorno di ritardo, iniziamo a pubblicare i ritocchi realizzati da voi, dagli utenti del corso “Tecniche Avanzate per il Ritocco della Pelle”.
Abbiamo ricevuto molti feedback positivi e anche qualche critica, utilissima per migliorare il corso e renderlo sempre più utile e rispondente alle necessità di chi lavora con il fotoritocco, ma anche adatto alle esigenze di chi ritocca per passione o per divertimento.
Il corso è stato aggiornato e tutti i precedenti acquirenti hanno ricevuto i link per scaricare nuove texture e nuovi pattern, oltre ad una azione per il ritocco rapido della pelle molto utile per velocizzare le fasi di lavoro più standard. Continueremo a migliorare ed aggiornare i nostri corsi, e a seguire (quando possibile) tutti i vostri consigli. Grazie a tutti per il contributo!
Come dicevo abbiamo ricevuto molti feedback, e anche molte immagini ritoccate da voi seguendo i metodi ed utilizzando le tecniche del corso, iniziamo oggi a pubblicare le immagini ritoccate da Haller, fotografo con una mano notevole per lo still-life (potete trovare i suoi scatti su Fotolia), e un ottima applicazione al ritocco.
Pubblichiamo i sui ritocchi cogliendo l’occasione per fare così i commenti del caso e inidicare qualche possibile miglioramento nell’uso delle tecniche.
Iniziamo dalla foto contenuta nel package di “Tecniche avanzate per il ritocco della pelle”, sulla quale vengono effettuati tutti i ritocchi del corso stesso.
Il lavoro di ritocco è sciuramente ben fatto, il viso è piulito e i difetti più importanti sono stati eliminati, la cromia dell’incarnato è piacevole. Il risultato nel complesso ben riuscito.
Un paio di cose sono però migliorabili: la differenza di evidenza della texture pelle fra zone in luce e zone in ombra del viso è eccessiva. Nelle zone in ombra la texture è molto evidente, nelle zone in luce spesso scompare. Io alleggerirei appena la texture sul lata dx (della modella) del viso, in oparticolare di fianco alla bocca, e riporterei invece un accenno di texture sul lato sx (della modella) del naso e del mento.
Inoltre eliminerei i due piccoli nei sul collo e cercherei di correggere le piccole imperfezioni che si possono notare nelle aree vicino alla linea dei capelli sulla sx (della modella) del viso.
Si tratta di piccoli dettagli, lo ripeto, nel complesso di un ritocco ben fatto. Mi sembra giusto però, una volta raggiunto un buon livello, lavorare per il raggiungimento di un livello superiore, ed essere esigenti con chi, come Haller, dimostra buona tecnica e ottimi risultati.
Procediamo quindi con la seconda immagine, scaricate dal web.
Si tratta della foto di una modella con evidenti difetti morfologici, un naso piuttosto grande che contrasta con il mento sfuggente, che possiamo ritoccare o meno, a seconda della nostra “filosofia” personale e del nostro gusto.
In questo caso il ritocco sull’incarnato è stato probabilmente eccessivo, la differenza fra la texture del viso e quella del collo è troppo evidente. Pur essendo il risultato piacevole, sarebbe bene riportare ad un aspetto più realistico il viso, in due possibili modi: a) inserendo una texture pelle più “allargata” in modo da ottenere pori più grandi e una texture più “grezza” oppure, b) abbssando l’opacità dei livelli di texture e sfocatura per riportare in superficie un po’ della texture originale.
Inoltre è il caso di ritoccare i piccoli difetti del collo per attenuare ulteriormente la differenza fra le due aree.
Questo caso è abbastanza tipico, su immagini non enormi, scaricate magari dal web, capita che l’applicazione “letterale” della tecnica di “reskinning” porti ad un effetto troppo pulito e unifoprme sull’incarnato. Modificate le dimensioni e l’incidenza della texture per ottenere risultati più realistici.

Passiamo quindi al terzo scatto. In questo caso mi sento di aver veramente poco da consigliare ad Haller, la correzione è ben fatta, il risultato piacevole, il tono dell’incarnato è stato modificato, tendo però conto anche dei toni in tutta l’immagine, con un risultato più caldo che a me piace molto. A seconda dei gusti personali c’è chi potrebbe trovare in questa immagine un eccesso di toni gialli e magenta, e la base di partenza già buona ha sicuramente aiutato, ma il risultato è sicuramente ottimo.
Concludiamo con un “esperimento” cha Haller ha voluto tentare, interessante, e utile per ricordare a tutti un paio di accorgimenti importanti.

Come ho già scritto, la tecnica del reskinning può essere utilizzata per applicare alla pelle una qualsiasi texture, anche di animale, o di frutto… In questo caso si è preferito procedere con la corezione della pelle per poi applicare un “colorize” all’incarnato. Se l’effetto che si vuole ottenere è quello della ragazza “vegetale”, cioè con la pelle verde, allora è necessario stare più attenti alla maschera, per evitare i piccoli buchi e le imperfezioni, e lavorare anche sul resto dell’immagine in modo che i toni non siano così diversi, il verde deve incidere anche sull’interno della palpebra e nell’area delle sopracciglia.
Se invece (come credo più probabile vista la perizia dimostrata da haller in altri casi) l’intezione era quella di dare un effetto di viso colorato, mascherato, pitturato con i colori a dito… allora andiamo meglio, ma… perchè c’è un ma…
Ma è necessario lavorare meglio sui particolari. È giusto lasciare qualche area non colorata per dare l’efetto della colorazione manuale, ma devono essere aree più grandi, più evidenti e dai contorni più irregolari. Il contorno delle sopracciclia e degli occhi deve essere più impreciso, si potrebbe escludere dalla colorazione qualche piccola area sotto al naso.
Inoltre l’effetto della vernice sulla pelle deve esere più lucido e “plastico”… come?
Inpareremo presto una tecnica per rafforzre le alte luci in una immagine per dare alla pelle un effetto più lucido e “metallico”,
intando provate così: Aggiungete un livello di riempimento completamente bianco, poi andate ad agire sulle “blending options” (le trovate in basso nella palette del livello sotto l’icona fx).
Andate a modificare l’incidenza del livello bianco muovendo verso destra l’indicatore nero a sx della banda “Underlaying layer” per circa 1/3 della su lunghezza. Poi cliccate sul’indicatore stesso tenedo premuto Alt/Option e spostatevi ancora di un terzo verso destra. Vedrete che l’indicatore si divide in due parti permettendovi di “ammorbidire” l’incidenza del livello bianco.
Il risultato finale dovrebbe essere circa così…

Concludo facendo ancora i comlimenti ad Haller per il buon lavoro svolto, e rimango in attesa di altri elaborati per confrontarci ulteriormente sui progressi fatti e su quelli ancora da fare. Non ho pubblicato tutte le immagini ricevute, per evitare di “monopolizzare” il blog con un solo post, mi sono limitato a quelle che potevano dare buoni spunti per commenti e critiche costruttive.
Presto pubblicherò anche i ritocchi di Tiziano Mayles e di altri, così da parmetervi di confronatre i vostri risultati con quelli degli altri utenti del corso e, per chi ancora non ha acquistato “tecniche avanzate per il ritocco della pelle”, per capire cosa si può fare con un buon corso e un po’ di esercizio.
Ciao a tutti e buon lavoro!
Simone
Intervista a Massimo Costoli
Come promesso iniziamo oggi una serie di incontri e interviste con fotografi e professionisti del settore. Queste interviste ci accompagneranno lungo un percorso che toccherà diversi stili e diverse “sponde” del mare della fotografia professionale italiana ed estera.
Il nostro percorso inizia con una lunga intervista a Massimo Costoli, fotografo italiano che ha firmato scatti per grandi firme della moda italiana, da Moschino a La Perla, Guru e tanti altri, e campagne Adv per grandi marche, oltre a decine di editoriali per le più importanti riviste del settore fashion.
Max è anche un amico, ed era naturale che il primo a trovare spazio su FotografiaProfessionale.it fosse proprio lui.


FP: Ciao Max, molti ti conoscono già per aver visto il tuo lavoro, ma raccontaci un po’ chi è Massimo Costoli?
MC: Sono Nato a Reggio Emilia, nel 1968, dopo il diploma ho iniziato a lavorare come assistente in uno studio di fotografia pubblicitaria della mia città. Ma sono durato poco, dopo un anno ero già sulla strada per Milano per continuare a fare esperienza nel mondo della fotografia e allargare i miei orizzonti, cercare nuove opportunità.
Dopo due anni sono tornato in emilia, a Parma, e ho collaborato con un importante fotografo pubblicitario e di still-life, al quale devo tutto quel che so del mestiere di fotografo.
Ora lavoro fra Reggio e Milano, e trascorro le settimane libere in Salento, per ricaricare le pile…
FP: Un storia professionale in continua evoluzione quindi, ma come hai scoperto la fotografia?
MC: Per caso, fu mia madre a regalarmi la prima macchina fotografica… neanche il tempo di capirne il funzionamento e stavo già scattando come un ossesso, fotografando tutto quello che avevo intorno… si può dire che fu un colpo di fulmine…
E fu sempre mia madre, al termine dell’ultimo anno di superiori, a presentarmi un suo amico fotografo, che ebbe la folle idea di assumermi come assistente tuttofare.
FP: Hai scattato per le più importanti riviste di moda, e per aziende come Moschino, La Perla ecc… Come è avvenuto il tuo “incontro” con il mondo della moda?
È stato un colpo di fortuna, una cosa improvvisa o una conquista ottenuta con anni di gavetta?
MC: Anche questo fu un caso: un mio amico che faceva lo stilista doveva realizzare un catalogo, e non aveva un gran budget a disposizione. Quindi mi chiese di ritrarre alcuni soggetti che indossavano i suoi capi… forse uno dei miei lavori più belli… e da lì è iniziato tutto. Read the rest of this entry »








