Fotografia
Roland Barthes ha sempre ragione?

ALZHEIMER © ALEX TEN NAPEL

03/04/2015
Gloria Soverini

Roland Barthes ha sempre ragione?

Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte.
La Camera Chiara, Roland Barthes

E se davanti all’obiettivo ci fosse una persona affetta da Alzheimer, questa famosa citazione di Roland Barthes potrebbe essere riproposta negli stessi termini?

Me lo sono chiesta, e lo chiedo anche a te, vedendo le fotografie in bianco e nero scattate dall’olandese Alex ten Napel, classe ’58: una serie di ritratti realizzati al “Wittenberg”, una casa di cura di Amsterdam per anziani.
Questo progetto parla della perdita dell’identità causata dall’Alzheimer, e ten Napel ha voluto approfondire come questo si rifletta sui volti delle persone coinvolte: una volta che la malattia ha dissolto la maschera dell’identità, è forse possibile guardare l’esistenza umana direttamente in faccia, senza mediazioni e senza costruzioni.

 

Alzheimer © Alex ten Napel
Alzheimer © Alex ten Napel

Alzheimer © Alex ten Napel
Alzheimer © Alex ten Napel

 

Secondo le stesse parole di Alex, ha voluto catturare “quel momento specifico che il fotografo ritrattista attende sempre: quello in cui la postura e l’espressione si incontrano in un modo pieno di significato”.
Ten Napel è rimasto a sedere ad un tavolo del salotto della residenza, sorseggiando una tazza di caffè e chiacchierando con i presenti, in modo da prendere confidenza con la loro gestualità ed espressioni più caratteristiche prima di cominciare a scattare i ritratti in una sala appositamente adibita a studio.
“L’Alzheimer ci mostra l’esistenza umana senza abbellimenti”, ha dichiarato Alex. La demenza può spaventare e “purtroppo le emozioni finiscono con il confondere i pazienti… e anche noi”.

 

Alzheimer © Alex ten Napel
Alzheimer © Alex ten Napel

 

La bellezza del suo lavoro consiste, forse più di tutto, nel rompere queste barriere, permettendoci di avvicinarci e di guardare più da vicino l’umanità che si cela sotto questa malattia.
La fotografia, ancora, si riconferma come il mezzo più potente per documentare e mostrare quello che solitamente non incontriamo nella nostra quotidianità, aprendo la riflessione verso nuove prospettive e, soprattutto, facendoci fare qualche passo verso altre realtà e la vita stessa di altre persone.

 

Alzheimer © Alex ten Napel
Alzheimer © Alex ten Napel

Alzheimer © Alex ten Napel
Alzheimer © Alex ten Napel

 

Quindi, ancora, te lo chiedo di nuovo: credi che la frase di Roland Barthes possa essere valida se il soggetto fotografato non è consapevole della propria identità?

O, forse, ha ragione Baudrillard….

Se una cosa vuole essere fotografata significa che non vuole consegnare il suo senso, che non vuole riflettersi. Vuole solo essere captata direttamente, violata sul posto, illuminata nel suo dettaglio. Se qualcosa vuole diventare immagine non è per durare, è per sparire meglio. E il soggetto non è un buon medium se non entra in questo gioco, se non esorcizza il proprio sguardo e il suo proprio giudizio, se non gode della sua propria assenza.
Illusione della Fotografia contro la simulazione dell’iperrealtà, Jean Baudrillard

Aspetto il tuo commento!
Gloria

Fotografia
Prendi una decisione, datti un… obiettivo!

E SE FOSSE SOLO UNO?

11/02/2015
Gloria Soverini

Prendi una decisione, datti un… obiettivo!

Qualche notte fa mi sono svegliata di soprassalto ad un orario improponibile perché avevo fatto un brutto sogno, anzi, un vero incubo: venivo contattata dallo studio fotografico di matrimoni con cui collaboro per un servizio dell’ultimo secondo. Mi venivano fornite poche spiegazioni: vai al tal indirizzo, troverai Francesco e ti dirà cosa c’è da fare. Parti immediatamente, comunque dovrai fare solo qualche scatto.

Mi viene dato ad intendere che non si tratta di un matrimonio, ma di altro.
Vuole il caso, la trama malefica dell’incubo, che avessi in quel momento a disposizione solo il corpo macchina ed un obiettivo, per l’esattezza il 70-200 f2.8; nessun flash, nessuna batteria di ricambio, una sola scheda da 16GB. Non ho alternative, mi reco al luogo designato sperando che la situazione non sia quello che scoprirò essere… un matrimonio!!!
Cosa vuoi che faccia con un 70-200 f2.8 ad un matrimonio?!
Bene, dopo un tempo che non si sa mai quanto sia davvero perché, comunque, stai dormendo, mi sveglio con ancora forte la preoccupazione provata del non essere all’altezza della situazione e del lavoro che mi era stato chiesto di portare a termine.

Sigma 70-200 f2.8
Sigma 70-200 f2.8

Il giorno successivo mi sono chiesta: al di là dei matrimoni e degli altri servizi di cui mi devo occupare per lavoro, cosa farei in una situazione di totale libertà creativa avendo a disposizione un solo obiettivo? Se mi fosse dato scegliere, quale porterei con me durante una passeggiata in città, o un evento pubblico?
Non ho potuto fare altro che dare il via ad una trattazione interiore, perché il mio parco ottiche è composto dai più diversi obiettivi (Canon 24mm f2.8, Canon 50mm f1.8, Canon 24-70 f2.8, Canon 85mm f1.8, Sigma 70mm f2.8 e Sigma 70-200 f2.8) e per ognuno ho una destinazione ben precisa; soprattutto, non ho mai un solo obiettivo con me per cui solitamente scelgo quello più adatto a seconda del contesto, dello “spazio di manovra” in cui posso muovermi e del tempo che ho a disposizione per cambiarlo.
Tu, invece, ti dai più scelta possibile o cerchi di restringere il campo sempre e comunque, portando con te i tuoi obiettivi preferiti a prescindere? 🙂 LEGGI TUTTO >>

Fotografia
Annie Leibovitz e il suo “arazzo americano”

ANNIE LEIBOVITZ, AMERICAN MUSIC

31/01/2015
Gloria Soverini
3 commenti ]

Annie Leibovitz e il suo “arazzo americano”

Cominciamo dalla fine, da quello che si può descrivere a parole.
Le dediche di Annie, i ringraziamenti, arrivano in fondo al libro, a pagina 263, quasi a non voler disturbare chi lo sfoglierà dall’inizio con le sue “parole” – meglio, per un fotografo, lasciar parlare prima le immagini. No? Così quando arrivi in fondo e hai ammirato la bellezza di ogni singolo scatto, sai che quei ringraziamenti sono davvero importanti; ultimo, fra tutti, quello alla compagna Susan Sontag, che chiude “American Music”, nella semplicità di un atto d’amore tanto profonda in quanto arriva alla fine.

American Music” è arrivato fra le mie mani sotto forma di regalo di compleanno, impacchettato in un involucro color carta da zucchero con un bel nastro rosso.
Non c’è niente che possa rendere tanto felice un’appassionata di fotografia, musica e libri come il libro di una fotografa dedicato ai ritratti dei musicisti!
Avevo adocchiato questo volume una sera, all’esposizione di un’amica in quel di Modena, dove faceva bella mostra di sé fra pizzi e argenteria; un libro con la copertina rigida, un po’ severa, senza fronzoli.
Lo vorrei, ho detto, e qualche mese dopo sono stata accontentata 🙂

Mi piacerebbe parlarti, ogni tanto, di libri dedicati alla fotografia e ai fotografi; credo che anche tu investa un po’ del tuo budget in “bibliografia”, oltre che in attrezzatura fotografica, per arricchire il tuo bagaglio culturale e per prendere spunto dai più grandi anche senza bisogno di visitare una mostra – visto che il tempo a disposizione e le distanze geografiche non sempre lo permettono.
Non tratterò necessariamente delle ultime uscite, ma anche dei libri che penso dovrebbero essere in bella mostra nella libreria personale di ogni fotografo o appassionato di fotografia nelle sue più diverse accezioni (musica, ritratto, paesaggio, ecc.); oggi “rispolvero”, ad esempio, un volume del 2003.

Porter Wagoner, Nashville, 2001 © Annie Leibovitz
Porter Wagoner, Nashville, 2001 © Annie Leibovitz

Edito dalla Random House di New York, pesa quasi 2 kg ed è un vero piacere da sfogliare con le sue grandi pagine ruvide e profumate.
Apre per prima una foto di Pete Seeger, scattata a Croton-on-Hudson, sulle rive del fiume; Pete il cantante folk attivista americano per antonomasia. Cerata arancione da pescatore, t-shirt blu, cappellino verde, banjo a tracolla e lo sguardo che vaga lontano, mentre lo sfondo ciano si perde fra le acque e il cielo.

“Bene”, ho pensato, “si comincia”.
Un incipit forte che dà il “la” alle successive fotografie. I volti si susseguono fra colori perfetti e bianchi e neri da capogiro, in un’atmosfera che, nonostante le diverse location e persone ritratte, resta sempre la stessa. L’intenzione della Leibovitz sembra quasi quella di gettarti addosso una situazione, senza intermediari, nell’immediatezza del momento – incredibile, perché la tentazione di soffermarsi sull’analisi della composizione è forte, ma lo stupore vince ed ammutolisce il sezionamento analitico. Non sai quanto caso ci sia in tutto questo, quanto la fotografa abbia pilotato. I colori sembrano stati scelti appositamente, i dettagli del monocromatico incisi con un bisturi.

Iggy Pop © Annie Leibovitz
Iggy Pop © Annie Leibovitz

Annie ha lavorato come fotografa per la rivista Rolling Stone dal 1970 al 1983, 13 anni per formare l’occhio e la mano incredibile che, più tardi, l’hanno spinta a riprendere in mano con una nuova maturità i suoi temi originali, per trasformarli in quello che ha definito un vero e proprio “arazzo americano”.
Questo libro raccoglie l’essenza dei suoi viaggi nell’intero paese fra il Delta del Mississippi, negli honkytonk (taverne con sale da ballo) in Texas, nei jazz club di New Orleans “per scattare foto nei luoghi che significano qualcosa”. Il risultato è un insieme dei più grandi volti americani nell’ambito della musica che tocca i generi più disparati, in una rassegna silenziosa che fa sorridere, a volte rimanere bocca aperta, più spesso lascia alla contemplazione dell’immagine.

Ci sono alcuni intermezzi scritti proprio dai musicisti: Patti Smith, Beck e Ryan Adams, per citarne alcuni, e della stessa Leibovitz che racconta di sé e della genesi del libro.
Alla fine si trovano anche le note alla foto, che non sono solo note didascaliche ma costituiscono dei veri e propri racconti sulle vite dei personaggi ritratti.

L'indice del libro
L’indice del libro

Incipit dell'estratto di Ryan Adams
Incipit dell’estratto di Ryan Adams

B.B. King, Johnny Cash, Willie Nelson, Aretha Franklin, Eminem, Mary J. Blige, System of a Down, Jon Bon Jovi, Trent Reznor, Green Day, The White Stripes, Iggy Pop, Michael Stipe, Tom Waits, Miles Davis, Etta James, Norah Jones, Louis Armstrong, Bob Dylan… questi i nomi dei musicisti che forse conosciamo di più all’interno del panorama italiano, ma sono tanti altri quelli che completano il viaggio nel panorama dell’”American Music”.

Meg White dei White Stripes © Annie Leibovitz
Meg White dei White Stripes © Annie Leibovitz

Un libro che consiglio assolutamente a chi, come me, non può fare a meno di unire fotografia e musica, ma anche a chi vuole prendersi un po’ di tempo per sé, magari con una tazza di tè bollente o di caffè al ginseng, per conoscere più da vicino uno dei lati di Annie Leibovitz.
Se ancora non lo possiedi, puoi sempre fartelo regalare… 😉

C’è, invece, un libro che tu vorresti regalare o che vorresti farmi conoscere? Un libro che ti ha colpito particolarmente e di cui vorresti sentir parlare?
Aspetto i tuoi suggerimenti,
a presto!

Gloria

News ed Eventi
Fotografia Festival di Roma, un grande ritratto da ricordare

LA SALA ESPOSITIVA PRINCIPALE AL MACRO

14/01/2015
Gloria Soverini
2 commenti ]

Fotografia Festival di Roma, un grande ritratto da ricordare

Oggi cosa significa realizzare un ritratto?

….

La tredicesima edizione di Fotografia – Festival Internazionale di Roma si è conclusa con la consapevolezza di aver chiuso un appuntamento importante ed apprezzato da moltissime persone.
Quest’anno il soggetto principe è stato il ritratto, vissuto, scardinato e toccato da vicino, tema che così introduce Marco Delogu, curatore del Festival, nella presentazione ufficiale:

Il festival della fotografia è la creazione di un enorme ritratto. È generare altre occasioni per vivere: incontri, incroci e sovrapposizioni di molte esperienze, emozioni e vite interiori. Ogni festival, a diversi livelli, è stato questo: una simbolica piazza crocevia di amicizie forti e durature, di sapere, di amori e purtroppo di scomparse (all’indimenticabile Anna Gianesini saranno dedicate le lectures del festival). Il tredicesimo festival è un’enorme quadreria di ritratti nella quale il pubblico interagisce con le fotografie, le pareti rimandano sguardi agli sguardi e il tutto genera nuove immagini. Fotografie “lente” che ogni attimo danno vita a immagini in movimento: questa è la nostra cura per l’accumulazione “malata” di immagini che contraddistingue gli ultimi anni.

MACRO - Museo di Arte Contemporanea di Roma
MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma

Aver camminato nelle sale del MACRO, il Museo di Arte Contemporanea di Roma che ha ospitato le mostre principali, è stato proprio questo: progetti diversi, stili completamente differenti, quasi inaffiancabili, uniti negli stessi spazi dall’unico filo conduttore, il ritratto, che ha assunto sfumature diverse da un autore all’altro e che obbliga con forza non solo ad un’attenta analisi delle fotografie (senza ovviamente mai scadere nel tecnicismo più freddo, perché non è questo l’intento di una mostra simile), ma ad una riflessione sul sé e l’altro che prescinda dall’esperienza personale. LEGGI TUTTO >>

News ed Eventi
Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

L’INGRESSO ALL’ARA PACIS

04/12/2014
Gloria Soverini
2 commenti ]

Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

Non posso che cominciare il racconto della mia visita con una parola: emozione.

È stato un anno di lavoro intenso e di grandi soddisfazioni; sono stata impegnata anche nei weekend tra workshop e matrimoni, per cui ho avuto poco tempo da dedicare al resto. Quando ho deciso di tenermi libera per un weekend a fine novembre per recarmi a Roma, una città che amo, è stato naturale andarmi a cercare tutte le mostre in corso in modo da avere un planning ed ottimizzare la permanenza 😉

Con Simone Poletti a seguito, il sabato mattina è stato subito dedicato alla retrospettiva su Henri Cartier-Bresson proveniente dal Centre Pompidou di Parigi, inaugurata il 26 settembre al Museo dell’Ara Pacis.

Dopo una breve passeggiata, eccoci arrivati; mi sento già euforica!

Optiamo per il biglietto d’ingresso integrato per visitare sia il Museo che la mostra; l’Ara Pacis si può fotografare senza flash, ahimè divieto assoluto per Cartier-Bresson – e ne sarebbe valsa la pena viste le sale e l’allestimento. Mi devo rassegnare subito 🙂

Accedendo direttamente dal Museo, dobbiamo attraversare qualche corridoio per raggiungere l’inizio effettivo del percorso espositivo, e intanto mi sforzo di tenere lo sguardo rivolto verso i miei piedi per non sbirciare in anticipo le foto che vedrò fra poco… che fatica!

L’allestimento è stato organizzato cronologicamente tenendo conto delle fasi della vita e del lavoro di Cartier-Bresson, in modo da mostrarne l’evoluzione sottolineando le influenze che di volta in volta hanno contraddistinto un cambio di stile o di scelta dei soggetti.

Dopo l’introduzione, si parte con le prime fotografie – ce n’è anche una di Henri a 12 anni, nel 1920, con la sua macchina fotografica – e i primi schizzi e dipinti, perché la pittura è stata l’attività cui ha dedicato più tempo fino alla fine degli Anni 20; scriveva, infatti, “Ho sempre avuto la passione per la pittura. Da bambino, la facevo il giovedì e la domenica, ma la sognavo tutti gli altri giorni”.

Se la pittura mostra l’influenza di Cézanne prima e delle geometrie poi con la realizzazione di dipinti che seguono i principi della sezione aurea, la fotografia è un chiaro rimando al surrealismo e ad Eugène Atget.

La sezione successiva è dedicata ai viaggi fotografici, a partire da quello in Africa fra il 1930 e il 31; l’immagine che ne esce è quella di un insieme di fattori, come quelli ormai sedimentati del surrealismo e di Atget, con nuovi input dati dai rapporti con gli americani Levy, Caresse, Crosby, Gretchen e Powel, e dalla Nuova Visione Europea.

Riprese dall’alto, composizioni geometriche, ripetizione del motivo… la mano che tutti conosciamo inizia da qui. Nell’estate del 31 Cartier-Bresson raccoglie le sue fotografie in un quaderno a spirale, il “First album”, e decide di diventare un fotografo a tutti gli effetti.

Le fotografie del suo viaggiare fra Spagna, Italia, Germania, Polonia e Messico portano i segni, ancora, del surrealismo sviluppandone alcuni concetti: “bellezza convulsa” ed “esplosivo fisso” (André Breton), “erotico-velato” che sfrutta i poteri associativi e interpretativi degli oggetti avvolti, “magico-circostanziale”, quel concorso di circostanze che è una deflagrazione di senso, di rivelazione di nuovi significati, che è emblema della grande fiducia che Cartier-Bresson riponeva nella casualità (sempre di stampo surrealista).

La macchina fotografica è uno strumento meraviglioso per cogliere quel caso oggettivo”, scriveva.

Hyeres, 1932 © Henri Cartier Bresson
Hyeres © Henri Cartier Bresson

Seville, 1933 © Henri Cartier Bresson
Seville © Henri Cartier Bresson

André de Mandiargues, 1933 © Henri Cartier Bresson
André de Mandiargues © Henri Cartier Bresson

Portrait à Base de Rouge a Lèvres, 1931 © Henri Cartier Bresson
Portrait à Base de Rouge a Lèvres, © H.Cartier Bresson

Il surrealismo non lo influenza solo dal punto di vista artistico, ma anche politico: infatti, Cartier-Bresson condivide le posizioni comuniste ed antifasciste, e con queste premesse si avvicina, radicalizzando il suo pensiero politico, alla stampa comunista ed entra a far parte dell’AEAR (Associazione di scrittori ed artisti rivoluzionari).

Per il Ce Soir realizza un servizio fotografico sull’incoronazione di Giorgio VI, nel 1937, e più che concentrarsi sul re Henri fotografa soprattutto il pubblico presente: la folla è immensa e per vedere in molti fanno un largo utilizzo di strumenti, soprattutto di periscopi artigianali con specchi montati in cima che, per consentire la visione della scena, costringe chi ne fa uso a dare le spalle al re stesso. È proprio questo “voltafaccia” dei presenti ad interessare il fotografo, il quale vede tale azione come un atto rivoluzionario verso il potere.

Il cinema mi ha insegnato a vedere”, scrisse Bresson, ed è al cinema che è dedicata la sezione successiva; dopo aver fatto da assistente in 3 film per Jean Renoir, realizza un documentario sulla Guerra Civile Spagnola e durante la Seconda Guerra Mondiale entra nell’Unità Film e Fotografia della III Armata e nel Comitato di Liberazione dei Fotogiornalisti.

Il cinema è visto come il mezzo migliore per il suo impegno militante perché si rivolge ad un pubblico più ampio della fotografia e riesce a far passare meglio il messaggio.

Gira “Le retour”, un film sul ritorno dei prigionieri, ed è incredibile la serie di fotogrammi esposti che mostrano una collaborazionista che viene riconosciuta dalla donna che aveva denunciato.

Arriviamo quindi alla svolta da reporter: nel febbraio del 1947 Cartier-Bresson inaugura la sua prima retrospettiva al MoMA di New York e sceglie di diventare un fotoreporter a pieno titolo.

Mesi dopo fonda l’agenzia Magnum assieme a Capa, Seymour, Rodger e Vandivert, che lo impegnerà fino al 1970; in tutti questi anni compie moltissimi viaggi in tutto il mondo e collabora con i maggiori giornali internazionali realizzando un gran numero di servizi.

In mostra se ne possono ammirare diverse testimonianze, tra le quali alcune immagini del 48 che ritraggono la fine del Kuomintang in Cina per la rivista “Life”, quelle realizzate durante i funerali di Gandhi in India il 31 gennaio del 48 e le immagini scattate in Russia nel 54 dopo la morte di Stalin, volutamente “banali” per mostrare che i russi erano uguali agli altri uomini.

Mentre porta avanti l’attività da reporter, Henri prosegue con i suoi progetti personali: fra il 1644 e il 1961 esegue dei ritratti su commissione, che ne mostrano un lato più “insicuro”.

Per me fare un ritratto è la cosa più difficile, è un punto interrogartivi poggiato su qualcuno”.

Questo suo pensiero si traduce nella realizzazione degli scatti: in presenza del soggetto, infatti, fa di tutto per farsi dimenticare, restando distante, giocando soprattutto con gli sfondi ed il rapporto fra modello ed ambiente, più che con quello modello-fotografo.

Sartre © H.Cartier Bresson
Sartre © H.Cartier Bresson

Giacometti © H.Cartier Bresson
Giacometti © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson

Fino a questo momento, le foto in mostra sono soltanto in bianco e nero; è a questo punto che io e Simone ci troviamo davanti ad alcune stampe a colori, semplicemente… bellissime!

Un monitor provvede a mostrarcene altre, ed è davvero un peccato che nemmeno sul web si riescano a reperire perché, sì, sono proprio meravigliose per quanto Cartier-Bresson abbia scritto che “il colore era una necessità professionale, non un compromesso ma una concessione; era un mezzo di documentazione e non di espressione artistica”.

Forse per la difficoltà di gestire velocemente lo scatto con la pellicola a colori, meno sensibile e quindi con tempi più lunghi, Henri non si è mai dedicato al colore con una grande spinta – ma posso assicurare che la sua produzione non monocromatica è altrettanto affascinante 🙂

L’esposizione prosegue con una parte dedicata alle inchieste che Cartier-Bresson realizza in modo autonomo, non su commissione ma sotto la spinta e l’urgenza della carta stampata, poiché affrontano alcune grandi questioni sociali in una combinazione di “reportage, filosofia e analisi (sociale, psicologica e altro)” che sfocia in quella che si definisce un’antropologia visiva.

Sono visivo. Osservo, osservo, osservo. È con gli occhi che capisco”.

In mostra ce ne sono diversi esempi, ed è spesso la folla a fare da protagonista (ad esempio, si vedano la “Messa di Billy Graham” del 55 e il pubblico delle “Corse dei Cavalli” a Thurles, in Irlanda, del 52): per Henri la folla è infatti il luogo più stimolante e rappresenta un esercizio per la composizione.

Billy Graham © Henri Cartier Bresson
Billy Graham © Henri Cartier Bresson

Realizza anche una serie di immagini sul rapporto fisico tra uomo e macchina e sulle icone del potere, simili a fotomontaggi allo stato naturale, per ricordare che nel Novecento le immagini sono diventate vettori essenziali della politica, comprese le sue.

Prima di arrivare alla serie “American Way of Life” sulla società dei consumi, realizzata fra gli Anni 50 e 70, sono incredibili le foto raccolte sotto il nome “La danza delle città”, in cui Cartier-Bresson torta ad uno stile più contemplativo e “pulito”, con una composizione più essenziale.

Chiudiamo, dopo quasi due ore di percorso (ho anche preso appunti su un paio di fogli di fortuna, con buona pace di Simone Poletti), con le foto del “dopo Magnum”: si tratta di scatti dalla lunga durata e dai tempi dilatati. Henri si dedica a visitare mostre e musei, torna al disegno e si avvicina al Buddhismo; vediamo alcune foto di Cartier-Bresson scattate dalla moglie Martine Franck che lo ritraggono al Museo di Storia Naturale di Parigi, nel 1976, ed una del 67 mentre si sta facendo un autoritratto a matita – esposto nella parete a fianco assieme ad altri schizzi realizzati dal vero.

La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perpetua che coglie istante ed eternità. Il disegno con la sua grafologia elabora quello che la nostra coscienza ha colto di quell’istante.
La fotografia è un gesto immediato; il disegno una meditazione”.

Il percorso espositivo è come un cerchio, un ouroboro, in cui l’inizio e la fine si incontrano dopo un lungo peregrinare, come nella vita di Henri Cartier Bresson: disegno e fotografia aprono e chiudono la  sua attività di artista, fotoreporter e uomo di mondo, che ha saputo interpretare gli anni e lo scorrere del tempo in maniera onesta e sincera.

Ti consiglio assolutamente di fare come me: prenditi un paio di giorni per visitare questa retrospettiva – hai tempo fino al 25 gennaio 2015 – ed altre mostre (ne troverai sicuramente di tuo interesse). Ne uscirai ristorato e con una consapevolezza in più, perché poter vedere da vicino le fotografie di un grande maestro con il supporto delle tavole che accompagnano le sezioni, aiuta a comprenderne ancor meglio il lavoro e ad apprezzarlo ancora di più.

Al prossimo articolo, dedicato alla visita al Festival Internazionale di Fotografia sul Ritratto al MACRO di Roma 😉
Gloria

Interviste
Un fotografo versatile dall’animo rock: intervista a Stefano Pedretti

BAKE OFF ITALIA © STEFANO PEDRETTI

18/11/2014
Gloria Soverini
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Un fotografo versatile dall’animo rock: intervista a Stefano Pedretti

Com’era già successo in occasione di una precedente intervista, quando Simone Conti mi aveva suggerito il nome di Jee Young Lee, anche in questo caso il nome del fotografo oggetto delle mie domande mi è stato suggerito, questa volta da Simone Poletti.
“Vieni un attimo di qua”, dice dal suo ufficio, e mi mostra i ritratti che Stefano ha realizzato per l’ultima edizione di “Bake Off Italia”: colpita nel profondo (ammetto di essere un’accanita fan del programma) ed impressionata da tutti gli altri lavori e dai numerosi progetti paralleli, capisco che ho davanti il prossimo intervistato di FotografiaProfessionale 🙂

I ritratti ufficiali di Bake Off Italia © Stefano Pedretti
I ritratti ufficiali di Bake Off Italia © Stefano Pedretti

FP: Ciao Stefano, benvenuto su FotografiaProfessionale!
Quando è nata la passione per la fotografia? Hai mai partecipato a corsi, preso lezioni, o sei completamente autodidatta?

SP: Sono autodidatta, come in tutto quello che mi è capitato di fare.
Per quanto riguarda la fotografia venivo da quasi 10 anni di art direction per cui non è stato un iniziare da zero.
Passione per la fotografia non so, ho sicuramente la passione per l’immagine e la macchina fotografica è uno strumento, al pari di una matita, ma la matita non la so usare. LEGGI TUTTO >>

Interviste
Sensibilità al femminile: incontri con Marco Onofri

© MARCO ONOFRI

18/06/2014
Gloria Soverini
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Sensibilità al femminile: incontri con Marco Onofri

Marco Onofri è un fotografo di Cesena; è romagnolo, scambiare quattro chiacchiere con lui è certamente divertente ma quando si guardano le sue foto si conosce un altro lato di lui, più riflessivo e personale.
È un professionista che ha uno sguardo ampio sul mondo che lo circonda, ha fatto del reportage il suo stile e le persone il filo conduttore dei suoi lavori; si esprime in molti campi, ma quando non si tratta di lavoro il ritratto femminile è la sua “valvola di sfogo”.
Il suo è un dialogo con la persona che sfocia in immagini poetiche e profonde, ma non voglio anticipare troppo… conosciamolo insieme 😉 LEGGI TUTTO >>

News ed Eventi
Fotografia Professionale e Fotografia Europea 2014, ecco com’è andata!

L’INAUGURAZIONE AI CHIOSTRI DI SAN PIETRO

08/05/2014
Gloria Soverini
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Fotografia Professionale e Fotografia Europea 2014, ecco com’è andata!

Si è concluso da qualche giorno il weekend inaugurale di Fotografia Europea, rassegna che ha spento quest’anno le sue prime 9 candeline.
Noi c’eravamo, da spettatori e soprattutto da partecipanti attivi: sabato e domenica, infatti, abbiamo tenuto i nostri due seminari gratuiti e la soddisfazione di vedere le aule colme è stata davvero tanta!

Ecco il nostro piccolo diario di bordo… 🙂 LEGGI TUTTO >>

Tecnica Fotografica
High Speed Flash – Perché la velocità di ricarica può essere un problema…

HIGH SPEED FLASH PHOTOGRAPHY

22/04/2014
Simone Conti
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High Speed Flash – Perché la velocità di ricarica può essere un problema…

Oggi parlavo con un amico. Si parlava di flash a slitta e di ritratti. Si parlava di ritratti fuori dallo studio, in piena luce del sole, all’aperto. Ormai la Pasqua è passata, è ora di digerire la colomba, smaltire l’uovo di cioccolato. Terminata la quaresima, passata la Pasqua, ha finalmente inizio “la stagione” dei fotografi matrimonialisti. Si dà inizio alle “danze” e i week-end saranno affollati di scatti all’aperto (speriamo nella bella stagione, giusto? 🙂 ), magari dei bei ritratti, probabilmente realizzati con l’aiuto del flash.

Sai come la penso, vero? Per me vale sempre e comunque la “Legge del Maxibon”! Tù luch is megl che uan! Anche se c’è il sole aiuta a fare meglio, a rientrare in possesso della profondità di campo, ad esempio, oppure a compensare dove necessario delle ombre “scomode”.

Scusa, sto divagando… dicevo che stavo parlando con un amico che deve realizzare un lavoro in esterna, dei ritratti. La corrente elettrica sarà impossibile da utilizzare perciò occorre andare in altra direzione. Quella dei flash a slitta, ad esempio!

Il mio amico però ha un problema: ha la necessità di usare in pieno giorno un diaframma abbastanza aperto e, allo stesso tempo, utilizzare tempi piuttosto rapidi perché vuole evitare di “bruciare” lo sfondo che sarà parte integrante e determinante nei ritratti. Che fare? Tu cosa gli consiglieresti?

Credo che l’argomento sia decisamente interessante e penso valga la pena di condividere il risultato di questa chiacchierata di oggi! LEGGI TUTTO >>

Interviste
Tutte le donne di… Cunene

HOLD THIS MOMENT – © CUNENE

22/01/2014
Gloria Soverini
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Tutte le donne di… Cunene