Fotografia
Dottore, mi prescriva un po’ di Fotografia

“HIDDEN PSICHIATRIC HOSPITALS” © GEORGE GEORGIOU

03/09/2014
Gloria Soverini

Dottore, mi prescriva un po’ di Fotografia

“Ogni volta che facciamo una foto, anche con il cellulare, fermiamo un attimo e riveliamo il nostro mondo interiore almeno quanto quello esteriore; questo perché percepiamo l’80% degli stimoli sensoriali attraverso gli occhi e quindi la componente visiva è molto importante nelle esperienze emotive.”

Queste sono le parole di Judy Weiser, psicologa ed arte-terapista, che nel 1975 scrive il primo articolo nel quale utilizza il termine “Fototerapia” per definire una tecnica di counseling in cui il terapista interagisce con il paziente attraverso le fotografie (di famiglia, autoscatti, foto scattate dal paziente o addirittura da altri) affinché possano riemergere ricordi sepolti e pensieri inconsci in maniera non-verbale.

Insomma, cosa significa?
Che una fotografia può evocare emozioni in maniera così forte e tangibile che, in alcuni casi, è possibile scoprire molto più di sé che non attraverso le parole 🙂
Forse anche tu avevi già avuto questo pensiero, proprio come me; ecco perché ho voluto approfondire l’argomento, andando a scovare qualche riferimento “scientifico” e storico che comprovasse una convinzione nata da un grande amore verso il mezzo fotografico.
Se hai mai pensato alla fotografia come “terapia”, da quale esperienza è scaturita questa opinione?

La fototerapia ha radici precedenti al XX secolo; nell’ambito psichiatrico tra i primi a farne uso troviamo Alexander Morison che a Springfield, in Inghilterra, introdusse intorno al 1840 un uso evolutivo della fotografia che utilizzava il confronto dell’immagine dello stesso soggetto malato e poi guarito.
Il suo successore, Hugh Diamond, fotografo e psichiatra nel manicomio del Surrey County Lunatic Asylum dal 1848 al 1858, fotografò i pazienti del manicomio, utilizzando l’immagine come mezzo diagnostico per l’identificazione dei diversi tipi di malattia mentale; inoltre, mostrando le foto che aveva scattato, i pazienti raggiungevano una certa consapevolezza della propria identità fisica che portava ad una maggiore attenzione del proprio aspetto.
Nel dicembre 1852 Diamond partecipò con due foto di alienati alla prima mostra collettiva di Londra e propose l’uso della fotografia come la base scientifica della diagnosi medica.
In Italia questo uso della fotografia fu introdotta proprio nel manicomio di San Lazzaro a Reggio Emilia da Augusto Tamburini, testimoniato da un archivio fotografico di oltre 1500 fotografie.

© Hugh Diamond
© Hugh Diamond

Naturalmente la fototerapia al giorno d’oggi è uscita dall’ambito più prettamente psichiatrico ed è una pratica che seguono anche i counselor più aggiornati.
In Italia, ad esempio, troviamo un’interessante manifestazione che unisce psicologia e terapia: mi riferisco al SocialPhotoFest che si svolge due volte l’anno in un’edizione toscana, a Piombino, ed una umbra, a Perugia (il Perugia SocialPhotoFest avrà luogo a breve!).
Antonello Turchetti, arte-terapeuta e direttore artistico di quest’ultimo festival, sostiene che
In quello che fotografiamo, ma soprattutto negli scatti che conserviamo, c’è molto di noi; quali sono i sentimenti che risuonano in noi quando prendiamo in mano l’immagine di una vacanza di tanto tempo fa, di una cena tra amici, di un genitore scomparso, di nostro figlio appena nato? Ed è iniziando un vero e proprio “dialogo con le fotografie” che potremmo rivivere alcuni momenti della nostra vita e liberare le emozioni.

Ogni quanto prendi in mano le vecchie foto e ti lasci andare ai ricordi? 🙂

Oltre alla fototerapia, che si svolge fra un counselor ed un paziente, si parla anche di fotografia terapeutica che, invece, può essere praticata anche nella più completa solitudine: sempre seguendo le parole di Judy Weiser, con l’autoritratto, ad esempio, è possibile esplorare il nostro corpo percependolo meglio di quanto non faremmo guardandoci allo specchio, confrontando ciò che vediamo con la percezione della nostra immagine interiore; oppure possiamo esplorare le varie manifestazioni della nostra identità.
Scattandoci una foto, infatti, dobbiamo decidere cosa “mettere in scena”.

È questa la filosofia che guida il lavoro di Cristina Núñez, conosciuta per l’autoritratto terapeutico che scopre prima su di sé per farne successivamente una cura da proporre ad altri; “Palermo: uno sguardo a fuoco” è un progetto tra il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Palermo e l’Azienda Sanitaria Provinciale che include una lista di 25 ex tossicodipendenti che impareranno ad utilizzare il mezzo fotografico per arrivare ad una guarigione definitiva attraverso l’autoritratto.

Autoritratto @ Cristina Núñez
Autoritratto @ Cristina Núñez

La fotografia, quindi, ci può aiutare nel conoscere noi stessi più profondamente ed in un modo totalmente diverso da ciò che ci aspetteremmo; conoscenza che è anche riconoscimento del nostro corpo e della nostra interiorità, ed in questo senso la fotografia può costituire un supporto molto importante anche nell’accettazione di situazioni difficilmente sostenibili e dei sentimenti che ne conseguono.

Riporto l’esempio del fotografo Mark Edward che ha documentato l’evolvere dell’Alzheimer diagnosticato alla madre con una serie di ritratti, per prenderne maggior consapevolezza e riuscire ad accettare la difficile diagnosi.

2010 © Mark Edward
2010 © Mark Edward

Insomma, il mezzo fotografico è un potentissimo alleato che, consapevolmente o no, ci aiuta ad entrare in contatto con noi stessi più profondamente, restituendoci un’immagine di noi che va ben oltre quello che uno schermo o una stampa rappresentano.

Hai mai avuto un “dialogo fotografico” con le tue foto? Hai mai scoperto qualcosa in più di te guardando un tuo autoritratto o sfogliando un album di famiglia?
La fotografia, per te, è qualcosa di più che una passione? Ti sei mai curato con la fotografia? 😉
Per quel che mi riguarda la risposta è ASSOLUTAMENTE SÌ!
Attendo di conoscere il tuo parere e, se vuoi, la tua esperienza in merito… magari con qualche esempio fotografico 🙂

Ciao e a presto!
Gloria