Fotografia
Fotogiornalismo professionale VS Citizen Journalism: chi vincerà? (2/3)

EVIDENZE DELL’EYETRACKING

04/05/2015
Gloria Soverini
5 commenti ]

Fotogiornalismo professionale VS Citizen Journalism: chi vincerà? (2/3)

Qualche giorno fa ho scritto il primo di 3 articoli sulla professione del fotoreporter e su come la diffusione di mezzi e di velocità di connessione possa aver impattato sul mondo di questi professionisti.

Se nel precedente post ho voluto trattare la tesi “il fotogiornalismo è morto”, sì, in modo provocatorio, ma anche dando voce ai tanti che la ritengono una professione in via d’estinzione per determinati motivi, oggi vorrei procedere nel percorso per arrivare a capire in che stato versi, prendendo in considerazione una posizione differente 🙂

2. Quindi, passiamo all’antitesi: IL FOTOGIORNALISMO SOPRAVVIVE E STA BENISSIMO.
Basta leggere i commenti all’articolo condiviso su Facebook per vedere che moltissime persone sono a favore della categoria; Maurizio, ad esempio, scrive che “Senza dubbio un professionista rimane tale ed è quello che entrando nel dettaglio fa la differenza,non si discute.poi il resto è una continua evoluzione..e li che bisogna stare al passo..continuamente.ciò che più importa credo che sia la passione..il desiderio di comunicare anche con le immagini..poi starà allo spettatore valutare.non sparirà. ..e nella fase evolutiva”; Nicola aggiunge la sua: “Negli ultimi anni c’è stato il boom delle fotocamere digitali……e questo ha portato la nascita ovvia di nuovi fotografi ………ci sta! Il digitale ha reso l’immagine alla portata di tutti……..ben vengano i nuovi……..la libertà è anche questo…..il pro è ovvio che rimane professionista…

C’è anche chi ha scritto, però, “tutto sommato all’uomo comune che importa e cosa ne capisce di qualità?”.
La diatriba nasce proprio QUI. Nel fatto che, al di là degli irriducibili, si pensa che il reporter professionista stia sparendo perché chiunque può produrre un’immagine, e quindi al giornale e all’utente medio importa poco della qualità della foto se, ed è già tanto, la foto effettivamente c’è e può accompagnare una notizia come prova forte della validità del fatto esposto.

L’equazione è semplice: tante foto = meno qualità, e anche meno aspettative da parte dell’utente.
In un’era in cui le immagini sono istantaneamente e facilmente condivise, quali caratteristiche quindi rendono una fotografia degna di pubblicazione e condivisione? La qualità c’entra ancora?
Grazie ai nuovi studi condotti con l’EyeTracking (tracciamento dello sguardo, dei suoi movimenti e delle sue fissità), è stato possibile esplorare in che modo le persone percepiscono la qualità delle foto – da quelle scattate dai professionisti con maggior esperienza, alle immagini catturate con il cellulare nel quotidiano.
Ne avevi mai sentito parlare?

Sul sito dell’NPPA, la National Press Photographer Association, e facendo una ricerca sul web, ho trovato diversi interessanti articoli in merito a ricerche effettuate per analizzare il fotogiornalismo in profondità, soprattutto per i cambiamenti dinamici derivanti dal digitale e dai social media, proprio grazie alla tecnologia dell’eyetracking.

Questo progetto ha preso il via quando nel 2014 il presidente dell’NPPA Mike Borland è stato chiamato a rispondere agli esiti delle precedenti ricerche dell’eyetracking in merito alla fotografia, genericamente intesa, e così la volontà è stata quella di riprenderle ed applicarle al campo del fotogiornalismo. Il tutto è stato condotto presso l’Henry W. Grady College of Journalism and Mass Communication dell’Università della Georgia
Dopo aver definito delle linee precise, sono state reclutate diverse persone di ambo i sessi suddivise in due gruppi distinti: 18-30 anni (il gruppo definito dei “nativi digitali” perché sono tra i primi adulti che non hanno avuto grossi contatti con la vita prima del digitale) e 45-60 anni (i “printnets”, ovvero quello che hanno un piede nel mondo della stampa ed uno nel mondo del “net”).

Questa nuova ricerca (la prima del suo genere) condotta da Sara Quinn e David Stanton, combina i test di tracciamento dello sguardo con domande rivolte ai soggetti coinvolti su quello che pensano dello storytelling, sulla qualità e su quello che secondo loro rende una fotografia degna di nota; i partecipanti hanno potuto visionare 100 foto scattate da fotoreporter professionisti e 100 scattate dal pubblico comune e pubblicate da varie fonti d’informazione, postate in ordine casuale con le proprie didascalie, ed è stato chiesto loro di dare un voto in una scala da 1 a 5 rispetto alla qualità e alla propensione a condividere ciascuna immagine.
Grazie all’eyetracking, sono stati annotati e studiati circa 20.000 movimenti oculari, registrando ciò che le persone guardavano in una fotografia, per quanto tempo, se leggessero le didascalie e via dicendo.

Alcune delle foto mostrate nella ricerca
Alcune delle foto mostrate nella ricerca

Quale credi che sia stato il risultato finale di votazioni e questionari? Non barare, aspetta a leggere… alla fine ti farò una domanda in merito 😉
Le persone sono ancora in grado di capire la differenza fra la fotografia amatoriale e quella professionista? La qualità è ancora un fattore importante?

Ecco qui la risposta:
“Questi dettagli dalle interviste generali hanno cominciato ad aiutarci a capire che cosa le persone valutino nella fotografia giornalistica”, ha detto la Quinn. “Dalla ricerca è risultato evidente che le persone – lettori di pubblicazioni – preferiscono le immagine catturate in modo professionale rispetto ai contenuti generati dall’utente medio”.
Infatti, i partecipanti allo studio sono stati in grado di riconoscere quando una fotografia era stata scattata da un professionista o da un amatore con un successo del 90%! Non è poco, non credi?

Alcune scoperte interessanti evidenziate dai risultati sono:

1. Le fotografie dei professionisti hanno avuto il doppio delle votazioni (rispetto a quelle degli utenti medi) per quel che riguarda la propensione alla condivisione.
La cattiva qualità di una foto danneggia in qualche modo anche la credibilità dell’immagine stessa”, ha detto una studentessa di 20 anni; “Preferirei condividere qualcosa di qualitativamente rilevante, piuttosto che qualcosa che chiunque avrebbe potuto fare”.

2. In media è stato speso più tempo nell’osservazione delle foto dei pro rispetto a quelle pubblicate dagli utenti medi. I fotoreporter professionisti hanno avuto ciascuno i punteggi più alti rispetto alle altre fotografie “comuni”.

3. Anche le 20 fotografie più significative sono state scattate da professionisti. Ognuna di queste è stata citata da almeno quattro dei soggetti coinvolti. L’unica eccezione è stata la foto scattata da un amatore, che ritraeva un bulldog con una felpa, citata da tre persone.

4. La posizione privilegiata con cui una scena viene ripresa è stata spesso citata quando i soggetti si sono riferiti a quello che rende una fotografia degna di essere pubblicata.
Non tutti possono trovarsi in una posizione centrale e privilegiata”, ha detto una studentessa di 20 anni. “Apprezzo quando riesco a vedere le cose che solitamente le persone concepiscono come vicine e personali”.

5. Più una didascalia è lunga o ben sviluppata, più è probabile che riceva attenzione. La maggior parte delle didascalie sono state lette fino alla fine, con le persone che spostavano lo sguardo avanti e indietro tra didascalia ed immagine per stabilire un contesto/connessione.

6. Le persone sono state in grado di distinguere facilmente una fotografia professionale rispetto ad una scattata da un utente medio in buona parte del test, che ha incluso immagini pubblicate di 3 eventi pubblici.
Puoi dire quali sono state scattate da persone che sapevano quello che facevano”, ha detto un ragazzo di 21 anni, “che si tratti della messa a fuoco, o dell’angolo di ripresa o della luce, insomma, quando il fotografo aveva dimestichezza con questo genere di fattori”.

7. L’importanza dello storytelling nella fotografia è stata menzionata da quasi tutti i soggetti prima della fine del sondaggio.
Una foto deve raccontarmi una storia, anziché catturare una singola scena”, ha detto una 44enne. “Se una fotografia ti attira, è probabilmente perché ti connette ad una storia e ti spinge a volerne sapere di più, è importante”, ha detto un 41enne.

8. Senza che ci fosse intenzionalità da parte dei ricercatori, un discreto numero di soggetti ha dichiarato di aver notato movimenti recenti dei mezzi di informazione per incorporare i contenuti generati dall’utente medio.
Penso che se fossi a capo di un quotidiano, sarebbe importante per me avere fotografie di qualità anziché avere foto che chiunque avrebbe potuto inviarmi”, ha detto uno studente di 21 anni.

Da questo studio, insomma, parrebbe proprio che il fotogiornalismo goda, se non di ottima, almeno di buona salute: le persone sarebbero ancora in grado di distinguere una foto scattata da un fotoreporter professionista perché la qualità si nota, e l’occhio e la mente sanno dove andarla a cercare.

Ma ora… ricordi quando prima ti ho domandato quale credevi che sarebbe stato il risultato della ricerca?
Che cos’avevi pensato? Se avevi una posizione differente, hai cambiato idea oppure ti mantieni in posizione neutra o contraria? 😉

Aspetto i tuoi commenti,
al prossimo ed ultimo articolo su questo tema!

 

Gloria