Tecnica Fotografica
Bianco e nero in Technicolor

CALIFORNIA LANDSCAPE PHOTOGRAPHY WORKSHOP

20/05/2016
Simone Conti
2 commenti ]

Bianco e nero in Technicolor

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Recentemente mi sono avvicinato nuovamente a un mio perenne amore: la pellicola. In Italia faccio fatica a trovare una offerta e un servizio accettabile per scattare ancora in pellicola, ma negli USA è tutto molto più semplice. La pellicola sta tornando decisamente di moda e anche per lavoro è facile trovare fotografi che tornano all’analogico. Proprio un paio di settimane fa, quattro dei miei rullini hanno subito un ritardo di 48 ore nella abituale consegna (sviluppo, provinatura e scansione in alta risoluzione in meno di 24 ore) perché un fotografo aveva portato al laboratorio dove mi servo 70 rullini scattati per un servizio in una nota azienda con il logo blu con il nome che finisce per “In”… e le mie fotografie di paesaggio erano finite in coda a quella lavorazione.

Visto il mio ritorno alla pellicola con una frequenza maggiore rispetto al passato e la comodità di avere ancora una volta un “laboratorio sotto casa”, ho anche deciso di passare al medio formato, ma senza esagerare con le dimensioni. Di conseguenza ora ho un corpo Mamiya 645 AF e un corpo Phase One 645 AF, tre film back, un Polaroid back e le mie tre focali fisse preferite: 35mm, 55mm e 150mm (circa 20mm, 35mm e 95mm se rapportate al formato standard 35mm). Oltre a questo ho almeno un paio di progetti strani in mente da realizzare con questa attrezzatura, ma di questo forse ne parleremo più avanti in un altro articolo.

Con l’uso della pellicola si può anche sperimentare con il bianco e nero, quello vero! Come probabilmente sai, se mi segui da diverso tempo, ho un’opinione decisa riguardo al bianco e nero! Se non sai di cosa stia parlando vai a dare uno sguardo, ad esempio, all’articolo: “Fotografare in bianco e nero è più facile”. Sintetizzando, potrei dire che un ottimo modo per rendere interessante una qualunque foto che risulta bruttina a colori… è metterla in bianco e nero!

Il bianco e nero è estremamente semplice. Da decifrare. Da capire. Da assimilare. Alle volte un po’ più difficile da realizzare ed editare nel modo migliore (ma per quello basta chiedere a Simone Poletti!). Ma la cosa realmente difficile è fare foto a colori. Il colore è molto più complicato del bianco e nero… perché il colore inserisce ulteriori livelli di complessità. Soprattutto, tutto diventa molto più complicato… se vuoi fare foto a colori scattando con una pellicola in bianco e nero!

Quello di cui sto parlando (e di cui vedi un esempio nell’immagine di “copertina”), non solo è possibile, ma è un concetto teorizzato già poco dopo la nascita della fotografia. Fu il fisico James Clerk Maxwell che nel 1855 suggerì la possibilità di creare un’immagine a colori sfruttando lo spazio colore additivo RGB (se non sai di cosa stia parlando ti suggerisco il mio eBook “La Teoria del Colore”) a partire da tre immagini in bianco e nero proiettate attraverso filtri colorati. Questa tecnica venne utilizzata commercialmente (senza molto successo a dire il vero) a partire dal 1897 da Frederic Eugene Ives che inventò i proiettori Kromscop (nel 1894) e, ad esempio, ritrasse nel 1906 scene a colori del terremoto di San Francisco con questa tecnica. Fino a quel punto la ripresa delle tre immagini monocromatiche necessarie alla creazione del “prodotto finale” a colori avveniva in tempi diversi. La prima vera fotocamera con ripresa istantanea dei tre fotogrammi fu creata in Russia da Sergey Prokudin-Gorsky solo nel 1902.

Un famoso scorcio della 17 Miles Drive realizzato con la Technicolor Frequency Separation
Un famoso scorcio della 17 Miles Drive realizzato con la Technicolor Frequency Separation

In fotografia il processo non ebbe mai un successo enorme a causa della grande difficoltà nel catturare immagini di soggetti in movimento (se non con fotocamere apposite), ma nel cinema ha avuto una storia completamente differente. In base allo stesso principio, la Technicolor creò un processo di postproduzione delle pellicole cinematografiche che accoppiava due film esposti attraverso un filtro verde e un filtro rosso a partire dal 1916 (process 1 – RG). Ovviamente questo metodo portava a una gamma cromatica estremamente limitata ed era necessario un make-up e un abbigliamento rigorosamente rispettoso di una precisa palette cromatica. Solo nel 1924 il processo fu finalmente perfezionato abbastanza da raggiungere una consistenza colore sufficientemente ricca (process 4 – RGB)… proprio quella ricchezza di colore che tutti noi associamo mentalmente al termine Technicolor! Il Technicolor process 4 era una tecnica di postproduzione che presupponeva l’accoppiamento di tre pellicole bianco e nero (impressionate simultaneamente grazie a macchine da presa con un sistema di prismi e specchi che divideva lo spettro) per ottenere una proiezione a colori nei cinema.

Magari ti starai chiedendo: «Ma perché mi stai raccontando tutto questo?»

Semplice! Perché sono così affascinato dal colore, dalla fotografia a colori e da questa tecnica che ho deciso di farne un ragione di studio e ricerca. Sono solo all’inizio, la strada da percorrere è ancora lunga, ma già i primi risultati sono incoraggianti! 😉

Un’altra mia grande passione, la fotografia di paesaggio, si presta naturalmente all’applicazione di questa tecnica: il soggetto non si muove… o quasi! Se poi si “cancella” il movimento (enfatizzandolo) con una lunga esposizione, ecco che si raggiungono quasi le condizioni perfette!

Lunga esposizione di 6 minuti creata da 4 fotografie analogiche in bianco e nero su FujiFilm Neopan ACROS 100
Lunga esposizione di 6 minuti creata da 4 fotografie analogiche in bianco e nero su FujiFilm Neopan ACROS 100

Al giorno d’oggi tutto è molto più semplice e grazie a Photoshop non sono più necessari complicati macchinari per la fruizione di queste immagini: è sufficiente assegnare ogni scatto in bianco e nero a uno dei canali di un’immagine RGB!

Non contento del risultato ottenuto con solo 3 canali e con i ricorrenti “effetti fantasma” presenti nelle immagini, ho evoluto leggermente la tecnica per arrivare all’attuale stato dell’arte che chiamo: Technicolor Frequency Separation. Nei miei scatti di paesaggio separo cioè le alte frequenze dalle basse frequenze, la luminanza dal colore e, utilizzando quattro fotogrammi che scatto con pellicola Fuji Neopan Acros 100, ottengo le immagini che vedi a corredo dell’articolo! Non è fighissimo?!

I quattro livelli di Photoshop che costituiscono l'immagine finale
I quattro livelli di Photoshop che costituiscono l’immagine finale

Uno scatto per la luminanza e tre scatti per il colore accuratamente filtrati in fase di ripresa con lastre colorate. Sviluppo del negativo, scansione e “assemblaggio” in Photoshop.

Cosa ne pensi? Non è incredibile come da quattro scatti realizzati con una pellicola bianco e nero si possa “magicamente ricavare” il colore?

Personalmente non vedo l’ora di scattare ancora una montagna di rullini 120 e perfezionare questa tecnica!

Buone foto,

Simone Conti

 

P.S.: Anche se non vuoi cimentarti in questi esperimenti, ma sei innamorato della fotografia di paesaggio e ti va di unirti a me nella scoperta, esplorazione e studio delle lunghe esposizioni in scenari naturali fantastici… ti aspetto questo autunno in California per il California Landscape Photography Workshop.

Scatteremo un po’ in pellicola (per chi vorrà cimentarsi!), ma anche e soprattutto in digitale concentrandoci sulla tecnica… dalla pianificazione alla stampa… con tutto ciò che c’è nel mezzo!

Lo sapevi che Fotografia Professionale organizza questo workshop veramente unico, vero??? Se sei curioso di saperne di più fai click sul banner qui sotto! 😉

California Landscape Photography Workshop

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