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Fotografia Festival di Roma, un grande ritratto da ricordare

LA SALA ESPOSITIVA PRINCIPALE AL MACRO

14/01/2015
Gloria Soverini
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Fotografia Festival di Roma, un grande ritratto da ricordare

Oggi cosa significa realizzare un ritratto?

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La tredicesima edizione di Fotografia – Festival Internazionale di Roma si è conclusa con la consapevolezza di aver chiuso un appuntamento importante ed apprezzato da moltissime persone.
Quest’anno il soggetto principe è stato il ritratto, vissuto, scardinato e toccato da vicino, tema che così introduce Marco Delogu, curatore del Festival, nella presentazione ufficiale:

Il festival della fotografia è la creazione di un enorme ritratto. È generare altre occasioni per vivere: incontri, incroci e sovrapposizioni di molte esperienze, emozioni e vite interiori. Ogni festival, a diversi livelli, è stato questo: una simbolica piazza crocevia di amicizie forti e durature, di sapere, di amori e purtroppo di scomparse (all’indimenticabile Anna Gianesini saranno dedicate le lectures del festival). Il tredicesimo festival è un’enorme quadreria di ritratti nella quale il pubblico interagisce con le fotografie, le pareti rimandano sguardi agli sguardi e il tutto genera nuove immagini. Fotografie “lente” che ogni attimo danno vita a immagini in movimento: questa è la nostra cura per l’accumulazione “malata” di immagini che contraddistingue gli ultimi anni.

MACRO - Museo di Arte Contemporanea di Roma
MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma

Aver camminato nelle sale del MACRO, il Museo di Arte Contemporanea di Roma che ha ospitato le mostre principali, è stato proprio questo: progetti diversi, stili completamente differenti, quasi inaffiancabili, uniti negli stessi spazi dall’unico filo conduttore, il ritratto, che ha assunto sfumature diverse da un autore all’altro e che obbliga con forza non solo ad un’attenta analisi delle fotografie (senza ovviamente mai scadere nel tecnicismo più freddo, perché non è questo l’intento di una mostra simile), ma ad una riflessione sul sé e l’altro che prescinda dall’esperienza personale.

Un esempio su tutti, la scoperta che indubbiamente mi turba tuttora (e credo anche Simone Poletti, evidentemente rapito) è stata la serie di immagini di Roger Ballen dal titolo “Asylum of the Birds”: si tratta di fotografie realizzate tra il 2004 e il 2012 all’interno di un gruppo di baracche nei sobborghi di Johannesburg, animate da abitanti umani ed animali, soprattutto volatili, che condividono gli stessi ambienti, spalla ad… ala.
Come se questo non bastasse a creare un’atmosfera claustrofobica, a rendere il tutto ancora più inquietante sono le maschere indossate dagli uomini e dai numerosi disegni sui muri ed oggetti abbandonati che riempiono ogni cm di muro e di pavimento.

Roger Ballen, "Asylum of the Birds"
Roger Ballen, “Asylum of the Birds”

È vero, ammetto di essere stata frettolosa: il Festival non accoglie le persone nelle sue sale con questa esposizione – ma, come spesso accade, la voglia di “venire subito al punto” è stata troppo forte! 😉

All’ingresso del MACRO, infatti, attendono i visitatori alcuni gruppi di immagini, ognuno a sé, che subito proiettano verso altre realtà – in senso geografico e non: 10 fotografie di Rodrigo Hernán Illescas, vincitore del premio IILA 2014, dal titolo “‘¿Están Ahi?” si concentrano sulla presenza appena accennata dei soggetti, in uno scenario intimo che sa di segreto.
Altri nomi che vorrei ricordare sono quelli di Nigel Bennet, vincitore del Call for Entry 2014 del Festival, con la serie “Hakuro, an Itoshima Almanac”, che incuriosisce anche per il diverso formato delle fotografie che espone: si tratta di un viaggio a Fukuoka, in Giappone, vissuto sulla riflessione sulla realtà e sull’uomo che tenta di modificare ed intervenire sulla nature, e sul mondo in generale, per meglio comprenderli; “Roma, Open Space” è invece il nome con cui Marco Cipriani raccoglie 6 stampe, una ricerca sulla sua città che però è stata vissuta attraverso gli occhi dei turisti.

Esposizione "sospesa" in passerella
Esposizione “sospesa” in passerella

Nigel Bennet, "Hakuro, an Itoshima Almanac"
Nigel Bennet, “Hakuro, an Itoshima Almanac”

Finito di curiosare tra le pareti dell’ingresso, ecco che si entra nella sala principale, dove saltano subito all’occhio (al di là dell’ampiezza della sala stessa) le 20 fotografie di Thomas Roma, “Mondo Cane!”, che vuole ricordare e sottolineare l’anima più selvaggia e un po’ da bandito di quelli che ormai non vengono considerati altro che animali da compagnia; il modo simpatico ma soprattutto brillante in cui Thomas Roma ci vuole far riconsiderare certe posizioni è davvero notevole… e lascia con il sorriso 🙂

Thomas Roma, "Mondo Cane!" salta all'occhio!
Thomas Roma, “Mondo Cane!” salta all’occhio!

Oltre alla già citata serie “Asylum of the Birds” di Roger Ballen, mi porto a casa anche il ricordo intenso delle fotografie “Kids” di Oleg Videnin, che ritraggono dei ragazzi non più bambini ma non ancora adulti provenienti dalle campagne di Bryansk, Russia; i loro sguardi a volte innocenti, a volte troppo fieri per la loro età, tengono inchiodato l’osservatore – come solo uno sguardo puro riesce a fare.

Tra le fotografie eleganti di Johnny Moncada, “From Vera to Verushka”, quelle più misteriose di “Luce Attesa” di Marco Delogu, curatore del Festival, e quelle intense di Antonio Biasiucci sui “Crani” (l’altro lato del ritratto, di ciò che resta della materia oltre l’identità), non mancano certo gli spunti di riflessone e di storia passata e contemporanea:
Zanele Muholi con “Faces e Phases” vuole richiamare l’attenzione sulla delicata situazione delle donne sudafricane lesbiche e transgender spesso mutilate o uccise, una serie di stampe dal carattere onesto e non mediato da giudizi di sorta; Larry Fink e i suoi “Beats” riportano alla memoria il 1958, anno in cui sono state scattate queste fotografie, attraverso vari momenti che ritraggono la vita di un gruppo di Beat di seconda generazione.

Antonio Biasiucci, "Crani"
Antonio Biasiucci, “Crani”

Luca Delogu, "Luce Attesa"
Luca Delogu, “Luce Attesa”

Doug Dubois, "My Last Day at Seventeen"
Doug Dubois, “My Last Day at Seventeen”

Molto interessante la scelta di affiancare a tutte queste foto, certo “prodotte” con il chiaro fine di veicolare un’idea, anche alcuni ritratti segnaletici di anarchici riportati alla luce dall’Archivio di Stato di Roma, grazie ad un progetto di ricerca a cura di Eugenio Lo Sardo e Manola Ida Venzo, il tutto arricchito da documenti ed opuscoli prodotti dal movimento tra il 1870 e il 1914.

Anarchici dall'Archivio di Stato di Roma
Anarchici dall’Archivio di Stato di Roma

In un’altra sala del Museo era dedicata unicamente a “Luoghi Comuni” una serie di immagini di Nicolò Degiorgis, Gianfranco Gallucci e Guido Gazzilli sul tema dell’immigrazione e sulle conseguenze che comporta nelle vite dei suoi protagonisti: dalle foto di Lampedusa, ai trittici realizzati a Roma che ritraggono 18 stranieri ciascuno, fino alla ricerca sui luoghi di culto islamici nelle regioni italiane del nord-est, questi “racconti” espressi da punti di vista differenti obbligano l’osservatore ad una riflessione.

Degiorgis, Gallucci e Gazzilli, "Luoghi Comuni"
Degiorgis, Gallucci e Gazzilli, “Luoghi Comuni”

Visitatori e... "Luoghi Comuni"
Visitatori e… “Luoghi Comuni”

Dopo circa due ore di camminata fra queste immagini, è ora di lasciare il Fotografia Festival Internazionale di Roma… per incontrarlo, sembra, il prossimo maggio a Milano – secondo una recentissima dichiarazione sulla pagina Facebook 🙂

Una volta uscita da una simile raccolta di ritratti, che in realtà sono le storie delle volti, delle ombre, dei crani, degli sguardi che ho incontrato, la domanda torna forte: dopo tutto questo, oggi cosa significa realizzare un ritratto?
Se ti va, condividi con me il tuo pensiero!

A presto,
Gloria