Storia della fotografia
René Burri: il mondo oltre la montagna

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12/10/2011
Ingrid Iotova
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René Burri: il mondo oltre la montagna

Che Guevara smoking a cigar © Renè Burri

Niente teoria. Nessuna delle sue tante realizzazioni presenta programmi specifici. Non ha inventato nessun concetto, fondato nessuna scuola. Questo però non vuole assolutamente dire che non abbia un’idea di quello che fa con la sua Leica.

È un uomo “sul campo”: un giornalista-fotografo, anche se questo termine non gli rende pienamente giustizia, non più di qualsiasi altra etichetta. Gli oltre 40 anni della sua opera raccolgono tutti i generi di fotografia di documentazione, reportage “classici”, saggi, immagini isolate che segnano un’epoca, serie, sequenze, fotografie in stile news, innumerevoli ritratti (nel senso più ampio del termine).

Per la molteplicità dei temi trattati, dei luoghi e degli avvenimenti, è davvero difficile raccogliere la sua produzione sotto un unico denominatore.

Nel suo cammino logico ed autonomo di crescita, ha saputo conciliare libertà e applicazione. Influenzata dalle condizioni particolari dell’epoca in cui René ha vissuto, negli anni ’50 e ’60 la sua produzione è legata alla collaborazione con riviste internazionali come Life, Look, Fortune, Epoca, Paris-Match, Stern e Bunte Illustrierte. Al contempo, non ha mai smesso di esprimere le sue idee. Può essere considerato anticipatore del concetto della “fotografia d’autore”, come si evince dalle sue stesse parole:

“Ora che tutti conoscono tutto, bisogna scavare oltre l’attualità e porre un punto di vista personale. Il fotografo deve diventare soprattutto autore per contrastare la generazione informatizzata”.

Nato a Zurigo il 9 Aprile 1933, racconta di se da ragazzo:

“Spesso, nelle escursioni, alla fine di ogni ascensione, mi staccavo dalla corda per precipitarmi in vetta. Non per la vanità di arrivare primo. Volevo godere della vista aperta, volevo vedere tutto il mondo: invece vedevo altre montagne. La macchina fotografica, pensavo, mi darà la possibilità di staccarmi dalle montagne svizzere.”

Soffriva spesso di senso di ristrettezza, non per motivi politici ne per altre costrizioni, ma per l’esistenza delle montagne, barriera tra se stesso ed il resto del mondo. Infatti, fu proprio la macchina fotografica, pretesto e vocazione, a dare corpo al suo bisogno di conoscere il mondo, di vederlo nelle sue infinite sfaccettature.

Il suo primo approccio non fu alla fotografia, bensì al cinema ed alla pittura. Decide di frequentare la Scuola di Arti Applicate di Zurigo, per migliorare le sue conoscenze in materia artistica , dove accede alla classe di fotografia, mezzo più vicino al cinema che la Zurigo di quegli anni poteva offrirgli.

Ma la scuola non basta, fuori c’è la realtà:

“Quando ho terminato la scuola di fotografia, dove fotografavamo solo tazze da caffè avvolte dalla luce, ho dovuto imparare a corre dietro alle mie immagini… Le buone foto sono come i taxi nell’ora di punta: se non si è abbastanza rapidi, li prende qualcun altro”.

La scena fotografica “umanista” lo accoglie nella Parigi degli anni ’50: si aggira per la città in cerca di foto che immortalassero momenti magici, delicati frammenti dell’esistenza, anche se il suo impulso fotografico lo porta verso il racconto, il documento. Cartier-Bresson, maestro delle immagini da cogliere, diventa il suo riferimento. L’incontro tra il giovane Burri e la Magnum avviene in maniera quasi sbrigativa: presenta loro tre fogli di provini del suo reportage sui bambini sordomuti; per prova, gli viene chiesto di stampare alcuni dei fotogrammi. Nessun immediato riscontro: poche settimane dopo, sulle pagine di Life con copyright Burri/Magnum, le sue foto stampate dichiarano, in modo informale, l’inizio del lungo e duraturo rapporto di Burri con l’agenzia.

Tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 si intensificano i viaggi come reporter inviato in tutto il mondo. Prendono forma, durante questi viaggi, alcuni dei ritratti più famosi al mondo: il ritratto del Che con il sigaro in bocca, a qui si uniscono le immagini di tanti anonimi attori della vita, che raccontano negli scatti di Burri storie piene di umanità còlta oltre ogni possibile retorica. Gli incontri sono anche con i principali protagonisti della scena culturale e politica del nostro tempo: Le Corbusier, Ingrid Bergman, Sadat, Alberto Giacometti, Nasser, Nixon, Eisenhower, Callas…

La sensibilità di Burri gli permise di cogliere i cambiamenti che il mondo dell’informazione stava subendo con l’avvento della televisione e di comprendere, prima di tanti altri, che la necessità primaria fosse quella di ritagliarsi un ruolo diverso dal fotografo giornalista, darsi un respiro più ampio, un passo diverso, fornire tagli, accostamenti, interpretazioni e visioni della realtà che solo un “osservatore privilegiato” può avere.

Burri: A un giovane direi di essere curioso: la vita è magnifica e orribile insieme, le persone sono capaci delle cose peggiori, ma anche delle più belle azioni. Per me l’estetica è inscindibile dall’utopia, dal desiderio di un mondo migliore, che certamente la gente distruggerà. Ma anche se, quando ero bambino, qualcuno ha distrutto i miei castelli di sabbia, io non ho mai smesso di costruirne. Bisogna insistere e non scoraggiarsi.

Agli albori della fotografia ci si faceva fotografare con gli abiti della domenica; quando la fotografia è diventata “mobile”, quindi più aggressiva, ha cominciato a catturare i soggetti da un altro punto di vista, non sempre “favorevole”. Il clima di oggi va dal moralismo al voyerismo: la verità si cerca e la verità dell’uomo si interpreta, non si può fotografare facilmente. Ho visto cose atroci; in quei momenti mi sono detto ‘attenzione vecchio mio, oltre a vedere le cose bisogna anche guardarci dentro… con queste immagini si può anche gettare polvere negli occhi.’

Si combatte, tanto quanto si fotografa, in situazioni dure, e si lotta di nuovo al ritorno per difendere la propria libertà d’espressione e il proprio punto di vista.”

Il cammino di Burri va avanti, esplorando anche strade diverse, a volte concettuali, a volte minimaliste, ma sempre con il cuore della sua vicenda di essere umano.

Disse di lui Corinne Diserens:

“Burri va oltre i singoli avvenimenti per seguire i processi e le trafile che lo portano a cogliere l’essenziale della vita umana. Anche se ha viaggiato nei punti caldi del mondo, le sue immagini non sono violente. Mostra la vita moderna, ma le sue violenze, i suoi dolori e i suoi tormenti, i suoi trionfi e i suoi piaceri, sono sublimanti nel concetto di condizione umana”.

Fonti:

Magnum Photos: René Burri. ©Hachette

“René Burri – Il mondo, ancora una volta”. © Contrasto

Varie fonti on-line

 

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