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WPP Gender Bender: una questione di genere

“JON AND ALEX” – 2014 © MADS NISSEN

04/03/2015
Gloria Soverini
3 commenti ]

WPP Gender Bender: una questione di genere

Mi ha scosso, non che tu mi abbia mentito, ma che io non ti creda più.
(F. Nietzsche)

Il fotogiornalismo è da sempre una questione di fiducia: in questo grande bacino, in questo insieme eterogeneo di soggetti, situazioni, momenti, il filo conduttore è proprio la fiducia.
Per metà fotografia e per metà giornalismo, questo potente mezzo di comunicazione di massa deve sottostare alle regole di due mondi, non sempre chiare e chiarite, camminando su un vero e proprio filo sospeso fra
a) il documentare storie nella maniera più veritiera possibile (giornalismo)
b) il farlo tenendo un occhio puntato alle aspettative del pubblico nei confronti delle immagini che si troverà davanti (fotografia come linguaggio).

Solitamente, non si pone così tanto in discussione cosa sia e cosa non sia il fotogiornalismo quanto nei giorni seguenti alla premiazione del WPP, il World Press Photo, come se ci ricordassimo tutti improvvisamente che ci sono questioni ancora (o sempre) aperte che necessitano di essere affrontate in profondità.

Ebbene, mentre da una parte c’è chi si aspetta che una foto documentativa sia corredata da una didascalia che ne completi il senso, o che l’immagine basti a sé stessa per raccontare un fatto (ma la foto arricchisce una notizia divulgata o la sintetizza?), dall’altro c’è chi gioisce della strada che sta imboccando quello che viene definito come “nuovo fotogiornalismo”, più mediato, più riflessivo, forse meno diretto anche quando più brutale.
Non è di questo che si compiace chi apprezza le scelte dei giudici del World Press Photo?

In un articolo di Marco Pinna che ho trovato particolarmente stimolante per questa discussione, “Glam Press Photo”, si legge che “sono anni ormai che assistiamo alla glamourizzazione del fotogiornalismo, un fenomeno in parte giustificato da nuovi canoni estetici più apprezzabili dal grande pubblico che si avvicinano a quelli del mondo pubblicitario, ma che non rappresenta certo una svolta epocale nel modo di vedere il mondo da parte dei fotografi”; quello che Pinna contesta è che il WPP abbia preso “una piega prettamente estetica (contrapposta a quella giornalistica, che privilegia per tradizione il contenuto)”, soprattutto nell’ultima edizione ma anche in quelle precedenti.

Lars Boering
Lars Boering

D’altro canto, lo stesso Lars Boering, il nuovo Managing Director del WPP, in un’intervista al TIME dichiara che si rende conto che il mondo della fotografia e dello storytelling stanno affrontando moltissimi cambiamenti e che si aprono nuove opportunità per i fotografi che le sapranno cogliere, guardando ad esse in modo non conservativo ma aperto; proprio per questo, vorrebbe che il World Press Photo non solo facesse da portavoce, ma fungesse da vero e proprio catalizzatore e fucina del cambiamento.
Cosa che, effettivamente, ha già avuto un inizio concreto con l’introduzione di una nuova categoria, quella dei progetti a lungo termine, e, forse con ancora più forza e meno consciamente, con la scelta delle immagini vincitrici su tutte.

Se la rotta proseguisse lungo questa strada, dovremo aspettarci un fotogiornalismo “autodidascalico”, fatto di immagini con diversi livelli di lettura, di fotografie che veicolano concetti e notizie senza bisogno dell’articolo associato, che più che stupire o inorridire stimolino il pensiero e la riflessione attraverso una realtà più estetica?
Attenzione però, ti complico un po’ le cose: estetica, in questo caso, è da intendere come lo intendevano gli Illuministi (da Baumgarten a Kant), ovvero come quel rapporto tra soggetto e oggetto che nasce dalla percezione sensoriale, non come si pensa oggi (estetica = bellezza).

Forse sì, o almeno non sempre, e questo cambio di direzione ci è stato messo davanti agli occhi con la foto vincitrice del WPP “Jon and Alex” di Mads Nissen: criticata perché non immediatamente leggibile e comprensibile, per essere troppo debole nella veicolazione del racconto rispetto alle altre immagini della serie contro l’omofobia in Russia, io sono invece molto contenta di un’immagine che stimoli la riflessione senza necessariamente colpire come un pugno allo stomaco.
Non ce ne facciamo ormai più di niente delle provocazioni dei baci fra persone dello stesso sesso, o degli occhi lividi per i pestaggi: abituati e anestetizzati dalla violenza, ormai le reazioni a certe foto sono più fisiologiche che mentali e la presa di posizione è dovuta più all’indignazione sterile che ad una reale presa di coscienza del problema.
Quindi dico “grazie Mads” per aver cambiato punto di vista e dico grazie ai giudici del World Press Photo per non essersi accontentati di una “foto-documento”!

Potrebbe non essere così facile, però, far uscire il fotogiornalismo dalle regole con cui siamo abituati a giudicarlo; lasciando la parte la poesia e la libertà del pensare e dire che un nuovo fotogiornalismo è alle porte, ci sono alcuni punti di vista che potrebbero farci tornare con i piedi per terra.
André Gunthert, Professore di Storia di Arti Visive alla Scuola di Studi Superiori in Scienze Sociali di Parigi (EHESS), su “Culture Visuelle” contesta che si possa analizzare una foto giornalistica come se si trattasse di un qualunque altro prodotto artistico.
Sostiene infatti che “è assurdo tentare di analizzare una foto giornalistica con gli strumenti del formalismo pittorico. Il quadro mediatico impone delle regole autonome, che ne modificano la percezione in profondità. I premi di fotogiornalismo non distinguono le immagini in funzione di criteri formali, ma in termini di esemplarità della traduzione visuale di un avvenimento di forte valore mediatico”.

Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di fotogiornalismo: in questo ambito, la prima aspettativa non è quella sul bello ma sulla verità…

Da questa commistione particolarissima del “foto+giornalismo”, quasi una chimera mitologica nel mondo così ben inquadrato delle definizioni, si è tentato di uscirne togliendosi quanti più problemi con il Decalogo del Fotogiornalista dell’Ordine dei Gionalisti Italiani, con il Codice Etico dell’NPPA (National Press Photographer Association), e con la Dichiarazione dei Principi di Condotta dei Giornalisti dell’IFJ (International Federation of Journalists), solo per citarne alcuni.

Nel Decalogo di Autodisciplina dei Fotogiornalisti sono due i punti che, soprattutto in questi ultimi giorni, risuonano quasi come fossero due Comandamenti veri e propri:

1. Il fotogiornalista non deve alterare la verità sostanziale dei fatti; non deve omettere elementi essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento; non deve enfatizzare dettagli morbosi o di violenza.
3. Il fotogiornalista non deve condizionare con la propria presenza il normale svolgersi di un evento e deve evitare di essere causa di comportamenti illegali e violenti.

Hai capito a chi mi sto riferendo citando proprio questi due punti? A Giovanni Troilo, vincitore della categoria “Contemporary Issues Stories” dell’ultima edizione del WPP con la serie di 10 immagini “The Dark Heart of Europe”, che ha scatenato un vero e proprio caso.
E sì, ammetto che ne sono pure contenta! Mentre c’era infatti chi stava con gli occhi puntati alle notizie, aspettando con un certo compiacimento che qualcuno annunciasse le foto squalificate per non aver seguito le regole in campo di interventi digitali, il Sindaco di Charleroi, Paul Magnette, scriveva indignato al WPP affinché ritirassero il premio a Troilo con accuse ben indirizzate:
Indubbiamente questo lavoro utilizza soprattutto delle tecniche di messa in scena (avrai letto in questi giorni di “foto staged”, ndr) che aggiungono drammaticità alle immagini attraverso un’illuminazione artificiale. (…) Per nostra opinione, questo lavoro non è conforme agli scopi del concorso”.

Secondo Magnette, la serie “The Dark Heart of Europe” restituirebbe un’immagine non veritiera e troppo cupa, crudele, della cittadina di Charleroi (che, tra parentesi, ospita proprio uno dei più importanti musei di fotografia d’Europa) attraverso alcuni escamotage cui Troilo avrebbe attinto per conferire alle proprie foto un clima più drammatico o più sensazionalistico: mi devo dilungare ancora su ciò che è stato detto in merito alla performance sessuale del cugino in auto? Credo di no, ma aggiungo un’altra foto messa da esempio sotto i riflettori: quella che ritrae un uomo seduto nella penombra.

"La Ville Noire - The Dark Heart of Europe" -  2014 © Giovanni Troilo
“La Ville Noire – The Dark Heart of Europe” – 2014 © Giovanni Troilo

 

Magnette accusa l’illuminazione drammatica della scena e la didascalia della foto, che suggerirebbe che la persona ritratta vive reclusa in casa per fuggire alla violenza del quartiere; quest’uomo è in realtà Philippe Genion, noto personaggio di Charleroi e conosciuto perché ama posare in foto senza maglia; il suo quartiere è relativamente pacifico e la sua casa funge anche da wine bar.

In definitiva, grazie al dito puntato di Magnette (resta da vedere se a ragione oppure no), Troilo avrebbe sollevato involontariamente una domanda importante: com’è lecito muoversi all’interno dello storytelling? Cos’è una foto staged e cosa è reportage?
Sottolineando che tutte le modalità di scatto erano state chiarite dallo stesso Troilo (per cui il World Press Photo aveva tutti gli elementi per giudicare la bontà del suo racconto, in conformità alle regole del concorso), è stata un’intervista telefonica che gli è stata fatta da Michele Smargiassi a mettermi ulteriormente sul chi va là e a pormi in una posizione di dubbio sul fatto che certi confini, almeno nel campo del fotogiornalismo e del WPP, non andrebbero oltrepassati.
Alcune risposte:

Ma il mio non è un reportage classico, è un racconto, è il mio racconto delle cose che ho visto, che conosco, che so che accadono”;
Ma io nella descrizione del progetto per il WPP oso stato chiaro, il mio non è un reportage d’inchiesta, infatti non concorreva per le categorie di news ma di temi contemporanei…. Il mio è un punto di vista, è la mia visione di Charleroi come luogo che rappresenta l’Europa nei suoi lati più oscuri e nascosti, che nessuno vuole vedere…”;
“(quello che faccio non è reportage, è) Un messaggio differente, narrato con tempi differenti… Non sono andato a fotografare il furto con scasso mentre accade in quel secondo preciso, capisci? Ho interpretato una città e la sua atmosfera e la sua vita meno apparente”.

Si parla di punti di vista, interpretazione, tempi differenti.
Includendo poeticamente che sì, anche nel “reportage classico” ci sono punti di vista ed interpretazioni, non sono così sicura che si possa parlare di “tempi differenti” almeno all’interno di quello che viene presentato all’interno del WPP, quando, sempre e comunque, la chiave da tenere a mente è che si tratta di fotogiornalismo.

“The Dark Heart of Europe” a mio avviso è un bellissimo storytelling e non credo che Troilo abbia “gabbato” la giuria pur di vincere, anzi; credo però che il WPP, dal momento che ha comunque riconfermato il premio dopo aver preso in esame il caso***, dovrebbe preoccuparsi di definire meglio i termini in cui si intende un reportage, oppure introdurre una categoria più elastica dedicata a lavori di questo tipo.
Non è solo una mania da regole, ma se è vero che le definizioni definiscono le cose (banalmente, ma non troppo), in questo caso introdurre la nozione di “punti di vista” nel fotogiornalismo potrebbe introdurre una certa confusione.

Nel contesto di un concorso come questo, dove effettivamente si vede e si creano le basi di un cambiamento effettivo nel mondo del fotogiornalismo, oltre alle votazioni sarebbe forse necessario un dialogo aperto con precedente al voto stesso; se ad ogni azione corrisponde una conseguenza, quale conseguenza credi si presenterebbe se si ampliassero i confini con cui abbiamo sempre inteso il fotogiornalismo ammettendo anche i “tempi differenti” di cui parla Troilo?

In definitiva, come ho indicato fra le righe nel titolo di questo articolo, credo che il World Press Photo oggi come non mai sia una “questione di genere” che si muove fra regole e linguaggi differenti senza ancora restituire un’identità definitiva.
Alla luce delle scelte dei giudici, che hanno premiato una foto che a detta di molti risulta incomprensibile se non accompagnata da didascalia, ed una serie di immagini criticate perché staged o, comunque, non scattate secondo i dettami del reportage classicamente inteso, ti senti di dare fiducia a queste fotografie?
Sei d’accordo con queste nuove aperture del fotogiornalismo o credi che ci siano campi in cui i limiti debbano essere rispettati integralmente, così come sono?

Mettiti in gioco anche tu! 😉
Gloria

 

*** AGGIORNAMENTO DEL 5 MARZO
Il premio a Giovanni Troilo è stato ritirato perché una delle foto presentate non era stata effettivamente scattata a Charleroi