
…c’è stato il terremoto
Vorrei iniziare l’intervista di oggi riportando il testo di presentazione della mostra del giovane fotografo che è oggi qui con noi.
Siamo nel cuore della notte, intorno alle 4 per essere più precisi, una fortissima scossa
di terremoto sorprende la popolazione nel sonno.
Nessuno si ricorda episodi analoghi avvenuti in passato, neanche gli anziani, custodi
della memoria storica di un territorio.
L’Emilia è sempre stata una terra generosa, abbondante, così come lo sono le persone che la abitano. Persone dalla tempra forte e dai piaceri genuini, grandi lavoratori e ottimi narratori, popolo sincero e cordiale. Già… Ma chi se lo aspettava il terremoto… Una scossa di magnitudo 5.8 ti sveglia nel cuore della notte, mentre sei più indifeso
di un bambino, avvolto dalle coperte ed abbracciato al tuo cuscino… E ti sconquassa, ti sbatte, tutto cade intorno a te e sbarri gli occhi mentre senti un boato mostruoso,
la terra che urla mentre sprigiona tutta la sua forza e tu ti senti piccolo piccolo…
“… c’è stato il terremoto”
La scossa sembra non finire mai ed ogni secondo che passa è la tua vita che scorre, sono i tuoi ricordi che vanno in pezzi accanto a te, è la tua casa che scricchiola, è la tua macchina sotto
il peso delle macerie, è la tua chiesa che si sgretola come la tua fede davanti alla certezza
di non trovare alcun disegno divino in tutto ciò. All’improvviso il silenzio. Dura un istante ed è come un limbo, una sospensione tra l’incubo
e la quiete.Poi gli allarmi che suonano, le persone che gridano e piangono e si riversano in strada afferrando qualche oggetto e stringendolo forte al petto insieme alla propria vita perché é tutto quello che gli è rimasto.
“…c’è stato il terremoto”
Martedì 29 maggio, intorno alle 9 del mattino un’altra terribile scossa.
La terra inizia a saltare e a lamentarsi con il solito boato assordante e mostruoso, saltano
i palazzi, si fa fatica a stare in piedi, non si riesce neanche a scappare… Le poche ditte che avevano retto al precedente sisma crollano, come un castello di carte, portandosi con loro
i lavoratori che ospitavano all’interno. Gli scheletri delle chiese si assottigliano sempre più ed oltre a crollare antiche torri e vecchi campanili, si sbriciolano nuove palazzine, centri commerciali
ed abitazioni di campagna.
“… c’è stato il terremoto”
Nei territori colpiti dal sisma ho visto persone piangere, disperarsi, sentirsi impotenti davanti
a questa catastrofe ed avere la pelle d’oca o i lucciconi agli occhi quando mi raccontavano la loro storia…
ma non ho mai visto nessuno gettare la spugna. Ho apprezzato il coraggio e la dignità di queste persone come il cuore e la generosità dei volontari che ho conosciuto e con cui ho vissuto
per circa otto settimane. L’unico aspetto positivo di perdere tutto è la possibilità di ricominciare.
“… c’è stato il terremoto” e niente sarà più come prima. Io voglio sperare che sarà meglio.

FP:
Ciao Andrea, benvenuto su FotografiaProfessionale.it
Grazie per essere qui con noi oggi per parlarci, tramite le tue immagini e le tue parole, del tuo lavoro. Sei un fotografo reportagista: raccontaci qualcosa di più sul tuo mondo e sul tuo lavoro.
Da quanto tempo scatti? Quando è nata la passione per la fotografia? Quando la passione si è trasformata in professione? Hai fatto studi particolari inerenti alla fotografia?
AC:
Ciao!
Grazie a voi per l’invito.
Ho acquistato la mia prima Reflex circa 5 anni fa.
All’epoca studiavo scienze e conservazione dei beni cinematografici all’università statale di Milano e collaboravo con piccole realtà di autoproduzione cinematografica, così pensai: la fotografia è la base del cinema, devo conoscerla a fondo. Comprai qualche libro ed una Reflex e mi misi a studiare e a scattare.
Poco dopo capii che non avrei più potuto farne a meno.
Quindi iniziai a lavorare nel teatro, come tecnico audio, con l’unico scopo di risparmiare per potermi iscrivere ad una scuola di fotografia. Dopo quasi tre anni, grazie anche all’aiuto della mia famiglia, riuscii finalmente ad iscrivermi all’ Accademia di fotografia John Kaverdash di Milano e scelsi di frequentare il Master Globale di fotografia professionale. Durante gli anni dell’Accademia mi interessai a tutte le aree della fotografia e ad essere sincero mi piacquero tutte, ma dentro di me sentivo che il fotogiornalismo deteneva un posticino speciale.
Sulla mia strada incontrai Sandro Iovine, direttore del mensile “IL FOTOGRAFO” e mio insegnante ai master di Reportage e di Comunicazione visiva dell’immagine, che seppe darmi proprio quello che cercavo: conoscenza, passione e soprattutto metodo. Ce la misi tutta e mi impegnai a fondo, senza mai perdere una lezione, svolgendo minuziosamente i compiti che mi assegnava e mettendo in pratica i consigli che mi dava e… credo che sia stato questo il momento in cui iniziai a scattare davvero. Terminati gli studi mi concentrai subito sul mondo del lavoro ma confermai immediatamente quello che ci avevano sempre detto a scuola: la vera sfida da vincere sarà vivere di fotografia e non vivere con la fotografia. In particolar modo nel fotogiornalismo di alto livello la situazione è davvero drammatica e spesso l’unica alternativa che ci si propone è trasferirsi all’estero, dove la nostra professione è considerata ed adeguatamente retribuita. Io attualmente ho scelto di lavorare come freelance per essere libero di organizzare il lavoro come meglio credo, dal punto di vista logistico ma soprattutto da quello etico. Quindi scelgo io che storia raccontare e soprattutto come raccontarla: cosa mostrare e come mostrarlo. Questo è un lusso che posso permettermi solo lavorando in completa autonomia, ma tutto ciò ha un prezzo; emergere e non finire nell’isolamento, quando si utilizzano dei canali comunicativi etici e spesso inusuali: è piuttosto complicato.

FP:
Il reportage è la tua specializzazione: coltivi altre “passioni” fotografiche oltre al reportage?
AC:
Il reportage è stata la mia scelta professionale e soprattutto la mia più grande passione. Mi piace molto anche la ritrattistica, lo studio della fotografia nel cinema e mi ha da sempre appassionato la camera oscura.

FP:
Quali sono stati i fotografi che maggiormente hanno influenzato il tuo stile e quali, quelli che oggi ritieni essere gli “astri nascenti” della fotografia?
AC:
Sicuramente i mostri sacri del mio genere: Henri Cartier-Bresson, Josef Koudelka, Raymond Depardon, James Nachtwey, Robert Frank, Sebastiao Salgado.
Tra i fotografi più giovani mi piacciono molto Massimo Berruti e Davide Monteleone.

FP:
Veniamo allo scatto.
Il reportage è senz’altro una “tecnica” fotografica con un forte impatto emotivo, soprattutto quando ci si trova in situazioni difficili, come ad esempio il reportage “… c’è stato il terremoto” di cui oggi condividiamo alcuni scatti con i nostri amici di FotografiaProfessionale. Mi sono spesso chiesta cosa si prova nel trovarsi di fronte al dolore e alla sofferenza, alla distruzione, e ad avere l’arduo compito di documentare con la fotografia i momenti difficili di altri esseri umani. Come ti rapporti con i soggetti delle tue fotografie? Come gestisci lo scatto? Come vivi personalmente l’intensità di questi ardui momenti?
AC:
La prima cosa che penso è che ho davanti delle persone e non delle fotografie. Quindi valuto anche se è il caso di scattare quella foto, a prescindere dal fatto che potrebbe essere una buona fotografia. La verità è che per quanto io mi possa sforzare di immedesimarmi nelle persone che ho di fronte, non saprò mai a priori qual è il loro limite e cosa può ledere davvero una persona e dato che sarò, comunque, sempre un intruso, cerco di dare meno fastidio possibile. Mi piace parlare con le persone che ritraggo, quando è possibile, soprattutto ascoltarle. Ho conosciuto tanta gente che aveva più bisogno di un abbraccio o di una parola di conforto, piuttosto che di una fotografia e così ho fatto. Sicuramente per qualcuno sarò uno che strumentalizza il dolore. Io credo, invece, di essere un testimone e credo anche che chi ha la voglia e gli strumenti per raccontare, alle generazioni presenti e future, abbia il dovere di farlo. Sono sempre stato appassionato di storia e sono cresciuto con le immagini che hanno scattato altri fotografi come con le pellicole che hanno girato grandi e piccoli cineasti e gli sono eternamente grato. Grazie a loro ho potuto vivere un po’ del loro tempo e vedere con i miei occhi i grandi avvenimenti che hanno cambiato il corso della storia.

FP
“… c’è stato il terremoto” fa parte di un progetto più ampio, giusto? Vorresti parlarcene un po’?
Altri progetti in cantiere al momento?
AC:
Non mi piace raccontare le storie a metà e cerco di lavorare più tempo possibile sulla stessa storia. La mostra “…c’è stato il terremoto” è stata selezionata da me e Sandro Iovine i primi d’agosto e stampata da Roberto Bernè in occasione della Festa Democratica Nazionale a Reggio Emilia, dove è rimasta esposta dal 25 agosto al 16 settembre. Le foto esposte raccontano l’emergenza, la verifica e la prima ricostruzione. Io ho continuato a scattare anche “il dopo”. Inoltre, stare dentro il limite imposto dallo spazio e dal budget delle 40 immagini, è stata un’impresa davvero ardua perché ne abbiamo dovute escludere molte: era meglio raccontare bene i primi due mesi piuttosto che male tutto quello che avevo vissuto. Così si è rafforzata l’idea di realizzare un libro fotografico che possa racchiudere molti più scatti e raccontare questa drammatica vicenda e sono alla ricerca di un editore. Nel frattempo sarei lieto di invitare i lettori di Fotografia Professionale al prossimo appuntamento con la mia mostra, che sarà a Biandronno (VA), all’interno della rassegna “Oltre_12 la fotografia” e rimarrà esposta dal 16 al 25 novembre presso Villa Borghi. A questo link puoi trovare informazioni più dettagliate sulla rassegna.
Per quanto riguarda il prossimo progetto, sto già lavorando ad una nuova storia ma è Top Secret!

FP:
Allora, tienici aggiornati e quando il prossimo progetto sarà visionabile, saremo lieti di condividerlo con gli amici di FotografiaProfessionale.
Parliamo ora un po’ di tecnica: con che macchina scatti? Come si compone la tua attrezzatura fotografica?
AC:
Utilizzo una Canon EOS 5D e monto sempre grandangoli. Odio i teleobiettivi, sono convinto che il mio genere si debba fare da vicino, con tutte le difficoltà che tutto ciò comporta. È molto più facile starsene tranquilli, a qualche metro di distanza, a ritrarre le persone ma il risultato non sarà mai lo stesso. Credo che una delle sfide più difficili di un reportagista sia proprio il doversi rapportare con le persone, ma questa è anche l’esperienza più soddisfacente. Quindi utilizzo sempre il 28mm f 2.8 e il 16-35 f 2.8 serie L, un corpo di backup nello zaino, 4 batterie e una manciata di schede.

FP:
Secondo te cosa fa la differenza fra un bravissimo appassionato di fotografia e un professionista? Qual è il passo da fare per salire quel gradino? È un passo più mentale o di tecnica pura?
AC:
Se vivi grazie al tuo lavoro sei un professionista, ma non è detto che tu sia un bravo professionista. Inoltre credo che non ci sia una regola su come diventare un professionista e penso che la differenza reale tra un fotoamatore ed un professionista sia la capacità di vedere il mondo attraverso il proprio punto di vista, ricercando un stile personale e riconoscibile. La tecnica è il fondamentale punto di partenza da cui non si può prescindere, è come dire: “se vuoi scrivere un romanzo devi prima imparare a scrivere”. Ma non tutti coloro che sanno scrivere potranno essere degli ottimi romanzieri. Ho sempre mal sopportato i tecnicismi, non penso che una buona attrezzatura faccia un buon fotografo e mi sono sempre annoiato ad ascoltare i tipici discorsi da fotoamatore sulle qualità tecniche di questa o quella macchina. Io credo che serva il minimo indispensabile ed ovviamente di qualità professionale, su questo non si discute. Un’altra differenza fondamentale è il metodo e la progettualità.

FP:
Che cosa consiglieresti oggi a un fotografo che voglia trasformare la passione in mestiere vero e proprio?
AC:
Questa è proprio una bella domanda… ad un semplice fotoamatore direi di visitare un sacco di mostre, di comprare e studiare i libri dei grandi autori, di scattare tutti i giorni e di applicarsi il più possibile perché di fotografi, e bravi, è davvero pieno il mondo. Ad un giovane fotografo direi di avere fiducia in se stesso, di trovare la propria strada e seguire solo quella, senza indugi e distrazioni. Mi sento di consigliare quello che mi scrisse un bravo ed esperto fotogiornalista qualche tempo fa: “se tu vorrai intraprendere la carriera del fotoracconto di grande livello, devi lavorare a partire da subito per alcuni anni e capitalizzare storie importanti e immagini di qualità e con ciò intendo personali, innovative, autentiche”.

FP:
FotografiaProfessionale.it si occupa di fotografia e di post-produzione.
Che rapporto hai con il fotoritocco per quanto, trattandosi di reportage, la fotografia deve rimanere il più realistica possibile? Che cosa pensi della post-produzione, e che uso ne fai?
AC:
Il fotoritocco è fondamentale per ogni fotografo ed è parte dell’opera stessa. Non ho mai capito quelli che credono che la foto non ritoccata abbia un valore aggiunto. Non sono per lo stravolgimento dell’immagine, quantomeno nel reportage e più precisamente nel fotogiornalismo, dove non è corretto aggiungere e togliere particolari, ma non vedo perché non si debbano enfatizzare gli stessi o l’atmosfera dell’immagine lavorando sulle luci, sui contrasti, sui colori. La maggior parte delle funzioni di Photoshop, per citare il più famoso e il più completo, non sono altro che le tecniche di camera oscura, studiate e perfezionate in oltre 100 anni di esperienza. Se l’autore ha la possibilità di trasmettere meglio il messaggio, l’informazione o semplicemente il suo stato d’animo grazie a queste tecniche, perché non dovrebbe farlo? Tutta la fotografia professionale utilizza il fotoritocco ed è un bene che lo faccia. Inoltre rivolgersi a dei professionisti esperti e lavorare insieme alle proprie immagini è la strada migliore da seguire. La stessa cosa vale con le stampe: rivolgersi ad un professionista e curare insieme l’ottimizzazione e la calibrazione delle tue immagini per la stampa, come scegliere insieme la carta ed i supporti, ti aiuta a comprendere meglio il tuo lavoro e ad ottenere quello che volevi fin dall’inizio.

FP:
Segui corsi di aggiornamento, sia in materia di tecnica fotografica che di post-produzione?
AC:
In materia di tecnica fotografica no, sono ancora fresco di Accademia.
Mi piacerebbe, invece, frequentare un corso di fotoritocco dedicato alla fotografia di reportage.

FP:
Chissà allora… tra pochi giorni si terrà il nostro workshop di Photoshop Base a Reggio Emilia, ma magari potremmo considerare di costruirne uno ad hoc per la fotografia di reportage 😉 .
Facciamo uno dei nostri giochi preferiti: stai partendo per un lungo viaggio. Puoi portare con te, oltre alla macchina fotografica, una sola ottica: quale sceglieresti e perché?
AC:
Romanticamente direi il 28mm, la mia ottica preferita. Ma se dovessi sceglierne solo una, probabilmente prenderei il 16-35mm per essere più versatile: visto che il mio tele è il 35mm, coprirei praticamente tutte le focali!
FP:
C’è una domanda che non ti abbiamo fatto, cui vorresti rispondere?
AC:
Forse, se credo che il fotogiornalismo possa avere un futuro. La mia risposta è: non lo so. Tutti i segnali farebbero presagire il contrario e spesso con dei miei cari amici, nonché colleghi, ci ritroviamo a parlare e a porci questa domanda l’un l’altro. Ma un attimo dopo mi guardo intorno e vedo altre persone che hanno la mia stessa passione, la mia stessa energia e soprattutto i miei stessi ideali nella fotografia e allora mi rassicuro e sospirando mi ripeto che finché ci saranno persone così forse il nostro mestiere non morirà.
FP:
Andrea, grazie per la tua disponibilità e in bocca al lupo per il tuo lavoro!
AC:
Grazie a te, a tutta la redazione e… crepi il lupo!
FP:
Per te, amico di FotografiaProfessionale: qui di seguito puoi trovare qualche informazione in più su Andrea Carrubba, sulle sue mostre, insieme a una galleria di altre sue immagini… e magari fare due chiacchere con lui.
Ciao e alla prossima intervista.
Ingrid
