
Intervista ad Hermes Mereghetti
FP: Quando è iniziata la tua esperienza da fotografo? Come ti sei formato?
La mia esperienza da fotografo nasce probabilmente quando ero un bambino. Credo che la stimolazione visiva sia stata molto importante per la mia crescita personale e professionale.
Ricordo che, mio padre, fotoreporter, quando si assentava per lunghi periodi con il compito realizzare reportage in alcuni angoli di mondo, tornava sempre con storie alle quali dava un volto attraverso le fotografie. Queste storie, che mi narrava facendomi sedere sulle sue gambe, avevano il sapore di un mondo affascinante e misterioso che ha sempre suscitato in me grande curiosità.
Quando frequentavo le scuole elementari mi venne regalata una vecchia Olympus OM-2. Per me non era altro che un giocattolo a forma di fotocamera, ma quel balocco tanto complesso aveva la potenzialità di congelare una situazione, un volto, un ricordo. Passai diverse settimane per capire, con l’aiuto di papà, il meccanismo e la tecnica al fine di bilanciare l’esposizione e “tenere quel magico aghetto al centro tra un + e un –”.
Forse è nato così, questo desiderio di dover raccontare attraverso le immagini il mondo che scorre veloce davanti ai miei occhi. A volte ho bisogno di una frazione di secondo fotografico per mettere ordine nei pensieri e poterli toccare, riguardare e catalogare. Poi, ovviamente ricreo il caos e continuo a fotografare.
FP: Quali sono, se ci sono, i tuoi riferimenti stilistici, anche al di fuori della fotografia? Cosa ti emoziona e cosa ti appassiona?
Ho sempre nutrito un forte desiderio di raccontare storie e mettere in luce tutto ciò che l’occhio umano non vede. Sono affascinato dall’astratto della vita, dalla voce roca di un cantante, dalle mani di chi ha lavorato la terra. Ci sono dettagli ovunque, e ogni dettaglio racconta, a modo suo, un piccolo frammento di vita.
Adoro viaggiare, non per fare fotografie, ma per conoscere persone e vivere emozioni vere, da interpretare in un secondo momento, attraverso un ritratto realizzato in studio, dove ogni cosa è al proprio posto.
Lo stile cambia con il mutare dei giorni, delle stagioni, dei sentimenti. Oggi sono diverso da ieri, e fortunatamente uno sconosciuto di colui che si sveglierà domani. È tutto in continua mutazione. Lo stile non esiste. Se questa sera incontrassi la donna della mia vita, domani non scatterei neppure una fotografia. Comincerei dopo qualche giorno e probabilmente scatterei a colori.
FP: Cos’è per te la fotografia di ritratto? Perché hai scelto questa tipologia di fotografia?
Non amo definirmi fotografo ritrattista. Piuttosto mi piace credere di usare la fotografia di ritratto, di usare i ritratti, i volti per raccontarmi attraverso un soggetto. Da anni ormai, tutti i miei ritratti sono al tempo stesso autoritratti.
La fotografia in senso generico, per me, non è che una donna bellissima, della quale sono perdutamente innamorato, che va a letto con il mio migliore amico. Ecco, data l’infatuazione, viene di conseguenza il bisogno di continuare a fotografare.
FP: Ci dai qualche consiglio sul rapporto tra fotografo e soggetto? Come gestire al meglio questo rapporto per ottenere grandi risultati?
Non ho mai fotografato una modella. Non ne ho mai conosciuta una. Ho sempre fotografato persone, uomini e donne che si portano appresso il loro carico di sensibilità, emozioni e fragilità.
Credo che il fotografo debba dimenticare di essere un fotografo e ricordarsi di essere un uomo, inteso come essere umano. Tutto il resto vien da sé. Il mio rapporto con il soggetto che sto fotografando, non è diverso da quello che adotto quando sono al bar a bere un caffè: sono io, sempre io. È la persona che scatta una fotografia, non il fotografo. Quando si capisce e si digerisce questo piccolo concetto, si abbattono barriere ed emerge il vero, l’intimo, l’invisibile.
FP: Cosa ti fa scegliere il soggetto dei tuoi progetti fotografici personali? Vedi un volto che ti ispira e decidi di costruire intorno a quel volto una storia, oppure parti da un’idea e cerchi di svilupparla con il soggetto giusto?
Non vi è una risposta precisa e univoca. A volte un volto mi suggerisce una storia, altre volte cerco un volto adatto a raccontare ciò a cui ho pensato. Però non è tanto l’estetica che vado cercando. Mi ispira l’educazione, la dolcezza e la sensibilità.
Se la persona che sto ritraendo non corrisponde a certe caratteristiche di educazione non riesco a pensare, non riesco a fidarmi e di conseguenza a scattare una fotografia.
FP: Quali sono, secondo te, gli ingredienti per un’immagine perfetta?
L’ingrediente per una buona fotografia è anzitutto dimenticare la fotografia, perché fuorviante e dimenticare il bello, perché non esiste.
Trovare una storia e condirla con qualche sigaretta, del vino scadente e musica vera potrebbe essere il buon impasto per raccontare. Poi, ovviamente, l’immagine perfetta non esiste. Manca sempre qualcosa che porta l’essere umano a dover scattare un’altra fotografia.
FP: Cosa non dovrebbe mancare mai tra l’attrezzatura di un fotografo ritrattista? Di cosa non riesci a fare assolutamente a meno? Che rapporto hai con l’attrezzatura?
Non ho un buon rapporto con l’attrezzatura fotografica. Ho poco nella mia borsa e ammetto di non conoscere il menu della mia fotocamera. Uso la fotocamera digitale impostandola come la vecchia Olympus analogica che mi regalarono quando ero bambino. Credo basti poco per scattare una fotografia.
Il mio consiglio è quello di investire denaro su altro, su tutto ciò che serve ad alimentare curiosità, cultura e sensibilità. La fotocamera è solo un mezzo.
Le sigarette però non mancano mai, ho sempre un pacchetto di riserva in borsa. Sono molto più importanti del caricabatterie.
FP: A quali progetti sei particolarmente legato e quali sono i prossimi?
Sono legato a tutte le mie fotografie perché sono parte di un percorso. Sono parte di me, della mia crescita.
Le fotografie future, ad oggi, non hanno ancora un volto ma sicuramente saranno importanti in quanto la mia ricerca dell’invisibile non terminerà mai.
FP: Che rapporto hai con la post-produzione? Ti occupi dei tuoi scatti o hai collaboratori che lo fanno?
Mi occupo personalmente della post-produzione, che oggigiorno è diventata parte integrante della fotografia. L’immagine è il risultato finale, è il frutto dell’unione tra scatto e post-produzione.
FP: C’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dirmi di te?
Adoro l’aceto nell’insalata.








