Interviste
I racconti di Gianluca Colla

GIANLUCA COLLA ©

16/01/2019
Lorenzo Montanari

I racconti di Gianluca Colla

Dopo mesi a rincorrerlo, finalmente Gianluca riesce a rispondere (via mail, da un punto indefinito nel globo) alle mie domande. E io non potevo essere più contento di così.

E lo capirai anche tu, leggendo, perché sono così contento.

Un po’ perché Gianluca scatta i generi di fotografia che più mi piacciono, e un po’ perché fa veramente foto stupende, che meritano un approfondimento. Per me è stato come intervistare il mio artista musicale preferito: dopo che hai scoperto qualcosa di più su di lui, le canzoni le capisci meglio, di più.

Con la fotografia è la stessa cosa: dopo che inizi a conoscere il fotografo, inizi a capire le sue foto, non solamente a guardarle.

Signore e signori,

Gianluca Colla.

Ciao Gianluca 😊

So che la tua carriera ti ha portato, e ti sta portando, a viaggiare per tutto il mondo.

Sei stato in Islanda, in India, sul Rio delle Amazzoni, nel Circolo Polare Artico e Antartico… e potrei andare avanti ancora. Quindi sorge spontanea la domanda: da dove mi stai scrivendo adesso? Sei in Italia oppure all’estero?

In effetti giro parecchio… ad esempio mentre in Italia si affronta l’inverno, ti scrivo dal caldo ancora pressante del deserto degli Emirati Arabi. Ad essere onesti le nebbie padane con le quali sono cresciuto, che molti rifuggono, a me mancano molto in questo momento!

 

 

Parlando sempre di viaggi, cosa ti ha tenuto impegnato ultimamente?

L’anno appena concluso è stato ancor più intenso del solito per quello che riguarda i viaggi, sono passato dalla Patagonia, all’Australia, all’Indonesia, al Giappone, a diversi viaggi in Marocco… senza contare i lavori nell’”eurozona” e quelli “dietro casa”, che seppur possano sembrare i meno interessanti, quando viaggi tanto di colpo diventano i più esotici.

Sei un membro di National Geographic Creative, i tuoi lavori sono stati pubblicati sul Washington Post e il New York Times, tra i tuoi clienti si contano Apple, Canon e Fujifilm (di cui sei brand ambassador). Sei Esperto di Fotografia per National Geographic Expeditions e insegni allo European Institute of Design.

Sono risultati veramente incredibili: ma com’è iniziato tutto? Ti ricordi le tue prime esperienze con la macchina fotografica?

In realtà sono arrivato alla fotografia quasi per caso e abbastanza tardi, fino a 18 anni non solo non ho mai scattato una fotografia, ma trovavo anche che i fotografi fossero una razza abbastanza bizzarra: ore e ore a tirarsi appresso una pesante borsa ed aspettare che una nuvoletta si materializzasse da qualche parte… Poi, dopo una lunga avventura in moto in giro per l’Europa con mio padre, di cui non ho praticamente documentazione ma solo bei ricordi ed emozioni, mi sono trovato in mano una vecchia reflex a pellicola e da lì ho cominciato (quasi come fosse la legge del contrappasso) a documentare tutto quello che riuscivo. Adoravo la pellicola diapositiva e la sua unicità, ovvero il fatto che una volta premuto il pulsante di scatto, il gioco era finito. La passione sconfinata per la foto è arrivata immediatamente, ma in realtà la decisione di farne la mia vita è arrivata più tardi. All’epoca pensavo ancora che il mio futuro sarebbe stato disegnare case…

Mentre hai ripercorso un po’ la tua storia, ti è venuto in mente un progetto per te particolarmente significativo? Hai anche uno scatto a cui tieni molto?

Sono tante (troppe, direi) le foto a cui tengo, non tanto per la loro eventuale bellezza, che è un fattore puramente soggettivo, quanto per l’attaccamento emotivo alle persone ritratte. Spesso, nel mio lavoro, debbo in poco tempo entrare nella vita di persone estranee, con cui mi trovo a condividere ogni secondo della loro esistenza, 24h su 24h, e questa intensità crea dei legami molto forti. Per me le foto di queste persone sono tutte dei tesori a cui non posso rinunciare. Ma se proprio devo scegliere un progetto sugli altri, sicuramente quello sulla longevità: ho potuto documentare tutti i più incredibili ultracentenari al mondo, e ho imparato cosi tanto da loro, dalla loro saggezza, dalla loro esperienza. È un’esperienza che mi ha letteralmente cambiato la vita, per cui ha un posto speciale nel mio cuore.

 

 

Guardando i tuoi lavori, si vede come ti piaccia spaziare diverse società e zone del mondo. Parli di persone, parli di luoghi, parli di culture, mondi e storie. Qual è il filo conduttore che lega tutti i tuoi scatti?

Ad essere sincero non cerco un filo conduttore tra storia e storia, direi piuttosto tra foto e foto all’interno di una storia. Memore del viaggio che feci con mio padre, in cui sentii subito la carenza di ricordi in immagini, per me fotografare è diventato documentare qualcosa che altri non hanno la fortuna di vedere o sperimentare di persona, per cui il mio scopo principale è veramente quello di raccontare, fare in modo che chi guarda possa in qualche modo rivivere le emozioni (positive o negative che siano) che io ho vissuto. Dovendo trovare un vero filo conduttore tra le mie foto, questo forse può essere a livello estetico, nel senso che le mie immagini, a prescindere da tema e soggetto, tendono a essere sempre molto colorate, dense e sature.

Nel tuo portfolio vedo raccolte come “South Georgia”, “Call of the Mountain” e “Antarctic Circle”, ma anche altre come “Jugensteel” e “Longevity’s secrets”. Passando quindi dalla natura incontaminata, alla città e alle industrie, come scegli la location dei tuoi scatti?

É la natura del lavoro a dettare la location, io mi adatto… sono estremamente curioso (fin troppo, direbbero alcuni) e la fotografia, oltre che un mezzo per documentare, è per me anche un mezzo per scoprire, per cui trovo interessante sia a livello sociale che a livello visuale una giungla di alberi o una giungla di cemento o una giungla di ghiaccio (anche se tendo a preferire l’ultima).

Amo profondamente la natura e i grandi spazi, ed allo stesso tempo amo profondamente l’essere umano e la sua interazione con l’ambiente e lo spazio che lo circonda, per cui trovo appassionante in egual misura fotografare sia la prima che il secondo.

Avere la possibilità di viaggiare così tanto, incontrare culture diverse e vedere luoghi che di solito vedi solamente in foto (anche grazie a te ovviamente) è per molti fotografi un sogno. Se questa possibilità è anche la stessa che ti dà la motivazione per alzarti con il sorriso ogni mattina… Beh, credo ci si possa dire veramente soddisfatti. In tutto questo, qual è la cosa che ti piace di più del tuo lavoro?

La bellezza del mio lavoro è la possibilità di imparare, in tutte le sue fasi. Prima di un viaggio, studio e apprendo in base alla destinazione, per arrivare (almeno in parte) preparato. Durante il viaggio stesso, la miriade di esperienze sul campo sono una fonte di apprendimento continuo ed una lezione di vita. Dopo il viaggio, condividere le esperienze vissute con altre persone è uno spunto per riflettere ed approfondire ulteriormente quanto vissuto… insomma, suona come una frase fatta, ma è vero che non si finisce mai di imparare!

 

 

Nella tua carriera, oltre ad un fotografo, sei un videomaker e scrivi sul tuo blog.

Quando hai iniziato a dedicati anche ai video? E soprattutto, c’è qualcosa che non sai fare?

Se comincio con la lista delle cose che non so fare domani siamo ancora qua…

Ho iniziato il video 6 o 7 anni fa, quasi per caso. Un cliente mi ha chiesto di lavorare su un progetto di rebranding per il quale voleva il medesimo “occhio” sia per le foto che per il video, e mi sono trovato catapultato in un nuovo universo che mi ha subito affascinato, sia per la forte componente tecnica (alla fin fine sono un nerd mancato) sia per le immense possibilità espressive che si ottengono combinando immagine, movimento e suono. Il video da un lato perde l’immediatezza della fotografia, ma guadagna molto in possibilità espressive nel momento in cui si entra nella fase dell’editing.

La produzione video rappresenta una parte molto grande del lavoro adesso, ed è molto più complessa di quello che potrebbe sembrare: da solo non riuscirei a lavorare su tutti i fronti, infatti dal concept, all’organizzazione alle riprese al montaggio, viene tutto fatto insieme a mia moglie (siamo una delle rare coppie a cui piace lavorare insieme ): è il caso di dire che si respira arie di immagini 24 ore su 24 in casa nostra (uno dei nostri due pargoli poco tempo fa ha già messo in chiaro che da grande vorrebbe aiutarci a fare i video, cosi potranno essere ancora più belli a suo dire…).

Tra foto e video, sicuramente dovrai ben organizzare tutta la tua attrezzatura. Cos’è, però, che non può mai mancare nella tua borsa, per la quale ci sarà sempre spazio?

Si, sicuramente l’attrezzatura deve essere ben organizzata e ben stoccata, e facendo video il quantitativo di materiale cresce esponenzialmente… non ti dico il numero di valigie di materiale che possiedo perché ne ho un po’ vergogna, tant’è che lo tengo segreto anche ai miei familiari.

Comunque, l’equivalente in pieno formato di una focale 35mm non manca mai. È l’ottica con cui mi sento più a casa, quella con cui scatto oltre l’80% delle mie foto e buona parte dei miei video. E’ quella in cui mi rifugio quando a volte il soggetto è talmente bello o talmente difficile che cerco di ridurmi all’essenziale per concentrarmi solo sulla parte creativa e non su quella tecnica. È un po’ per me come la coperta di Linus!

 

Come ben sappiamo tutti, il lavoro di un fotografo non si conclude una volta finiti gli scatti, ma si conclude una volta finita la fase di postproduzione. Tu come gestisci questo procedimento? Quanto è fondamentale per te, la postproduzione, nel lavoro di un fotografo?

Ho un workflow molto semplificato, nel senso che io mi limito a convertire un file e non a postprodurlo e ritoccarlo (questa parte se fosse necessaria la lascerei sicuramente fare a Simone). Per il mio tipo di fotografia, una lavorazione del raw alla massima qualità con la corretta densità colore è tutto quello che cerco. Quindi passo molto tempo ad avere un ambiente di lavoro adeguato, con monitor widegamut, calibrati, etc, ma poi una volta convertito il file non lo tocco più. A volte vorrei essere un utilizzatore avanzato come voi di FotografiaProfessionale, ma in realtà il grosso degli interventi che faccio sulle immagini sono atti a ottenere uniformità cromatica tra fotocamera, monitor e stampante.

Bene, siamo in dirittura d’arrivo. Abbiamo parlato di chi è Gianluca Colla, e di come è diventato Gianluca Colla. Cosa ti riserva il futuro? Hai qualche progetto importante che puoi condividere con me e i lettori?

Il futuro immediato è tante ore a casa a mettere mano a tutti i progetti dell’ultimo anno, che sono stati scattati, ma non ancora completamente “terminati” in quanto a scelta e lavorazione delle immagini (per la parte fotografica) o di editing e montaggio (per la parte video).

Poi, il 2019 per il momento prevede tanta, tanta Islanda… non lo vedete ma c’è un sorrisetto (più un ghigno direi)  soddisfatto, è uno dei miei posti preferiti al mondo dove andare a fotografare!

Ti faccio l’ultima domanda, che in realtà non è una domanda: ti lascio questo spazio per parlare direttamente ai lettori. Sentiti libero di parlare di ciò che vuoi, di consigliarli su qualcosa del mondo della fotografia, dei viaggi… O parlargli di quello che mangerai a cena stasera. Io ho concluso, a te la parola, e grazie per questa intervista.

Questa sera mangerò una qualche pietanza impronunciabile dai contenuti oscuri, con tante spezie, quindi preferisco evitare il pensiero.

Però un consiglio mi permetto di darlo: di tutte le cose che ho avuto la fortuna di imparare lungo il mio cammino, forse la più vera e la più utile me l’ha insegnata un centenario di Okinawa, in Giappone. Quando gli ho chiesto quale fosse il segreto della sua longevità, mi ha mostrato il suo tornito bicipite e guardandomi serio negli occhi ha urlato: “vitamina S” e poi è scoppiato in una grande risata. Ci ho pensato un po’ e poi ho capito che si riferiva al Sorriso, quello vero, quello sincero, quello appunto con la S maiuscola. Siamo tanto presi nella nostra quotidianità che spesso dimentichiamo di prendere le cose un po’ meno seriamente, di lasciare andare lo stress e sorridere di certe situazioni o problemi che tutto in un colpo apparirebbero meno gravi se presi per il verso giusto.

Sorridere, ridere, di sé stessi, della vita, contagiare chi ci circonda con un po’ di buon umore. Questo è quello che più di tutto ci farà vivere, se non più a lungo, almeno meglio. E se il sorriso lo possiamo trasportare anche nel nostro lavoro e nelle nostre immagini, allora il cerchio si chiude veramente!

Grazie a te per le chiacchiere e buona luce a tutti!

 

 

Puoi seguire Gianluca:
Sul suo sito: www.gianlucacolla.eu

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Elliott Erwitt

ELLIOTT ERWITT

10/01/2019
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Elliott Erwitt

Anno nuovo, vita nuova. Così si è soliti dire 🙂
Ma il format di FotografiaProfessionale tutto dedicato alla Storia della Fotografia rimane: questa volta parliamo del fotografo statunitense Elliott Erwitt 🙂

 

I suoi scatti, per ancora poco tempo, sono in mostra fino al 27 Gennaio al Castello Visconteo di Pavia: si tratta di settanta scatti che ti permetteranno di ripercorrere la storia del costume del Novecento attraverso l’ironia e la spontaneità che hanno sempre contraddistinto Erwitt.

 

Autoritratto di Elliott Erwitt, New York (2009)
Autoritratto di Elliott Erwitt, New York (2009)

 

Il suo vero nome è Elio Romano Erwitz ed è nato il 26 Luglio del 1928 a Parigi da genitori ebrei di origine russa. Per dieci anni, Elio ha vissuto in Italia ma nel 1939 la sua famiglia fu costretta a fuggire in America a causa delle persecuzioni fasciste.

Negli anni successivi studiò Fotografia e Cinema e vantò un’esperienza alquanto insolita: seguì come assistente fotografo l’esercito americano in Francia ed in Germania. Un modo tutto particolare di vivere sulla propria pelle gli anni della guerra 🙂

 

Anche in situazioni di guerra, dove prevalevano le armi, Erwitt donava ai suoi scatti un aspetto buffo ed ironico, tralasciando la tristezza ed il dolore che si provava a vivere eventi così difficili.

 

Elliott Erwitt, Fort Dix, New Jersey (USA), 1951
Elliott Erwitt, Fort Dix, New Jersey (USA), 1951

 

 

Negli anni, Elio ebbe modo di incontrare fotografi di grande fama come Robert Capa e Roy Stryker, che lo assunse per collaborare con lui ad un progetto fotografico; successivamente, ormai affermatosi come fotografo freelance, iniziò a collaborare con numerose riviste statunitensi e aziende tra cui compagnie aeree come l’Air France e KLM ✈️

 

“La fotografia è tutta qui: far vedere ad un’altra persona quel che non può vedere perché è lontana, o distratta, mentre tu sei stato fortunato e hai visto.”

 

Nel 1953 ci fu una svolta: Erwitt fu congedato dall’esercito e, sotto consiglio di Capa, entrò nella prestigiosa agenzia Magnum Photos che gli assegnò vari progetti fotografici in giro per il mondo; questo permise al fotografo di acquisire una grande visibilità. Ancora oggi, ormai novantenne, Elliott fa parte dell’agenzia che lo riconosce come uno dei massimi esponenti nel mercato della fotografia.

Negli anni Settanta egli si dedicò anche alla sua passione per il cinema: nel 1970 fu operatore addetto alla camera di “Gimme Shelter” e realizzò “Arthur Penn: the Director”, cui fecero seguito “Beauty Knows No Pain” e “Red, White and Bluegrass”. In svariate occasioni, inoltre, fu accreditato come fotografo sui set cinematografici 🎥 

 

Nei suoi sessant’anni e più di carriera ha avuto modo di raccontare la storia contemporanea attraverso il suo obiettivo fotografico e ha avuto occasione di fotografare grandi star come l’attrice Marylin Monroe, Jackie Kennedy al funerale del marito, il rinomato incontro di pugilato tra Muhammad Alì e Joe Frazier e persino Che Guevara!

 

Il suo segreto?

Saper cogliere l’attimo giusto 🙂

 

 

 

E l’attimo giusto l’ha saputo cogliere anche con il celebre scatto del confronto fra Nixon e Kruscev, che ha fatto il giro del mondo ed Elliott lo racconta così:

 

Nixon e Kruscev, Elliott Erwitt
Nixon e Kruscev, Elliott Erwitt

“Ero a Mosca per fotografare frigoriferi ad una fiera di prodotti americani. Lì vidi Nixon puntare il dito contro Kruscev, si misero a discutere proprio davanti a me. Io mi preoccupavo solo di trovare una buona inquadratura. Nixon, invece, utilizzò il mio scatto per la sua campagna elettorale: per fortuna quella volta non vinse. Ecco quella foto ha mosso qualcosa, ma io non c’entro.”

 

La fotografia di Elliott Erwitt non è frutto della progettazione, è una fotografia spontanea e che va oltre la volontà dell’artista, in grado di cogliere anche buffi giochi di prospettiva: fotografare come lui, di certo, non è una cosa da tutti 🙂

Ottenere scatti come i suoi è frutto di istinto, di fortuna e di un occhio che sa cogliere l’attimo: il tempo è vano, scorre veloce… Eppure Erwitt è in grado di fermarlo ed immortalare istanti inaspettati per renderli visibili a chi, per sfortuna o per distrazione, non ha goduto del suo stesso momento.

Non c’è interesse per il paesaggio nella sua fotografia, che racconta una commedia umana a cui prendono parte uomini e animali: in particolare, Erwitt è sempre stato appassionato di cani e a loro ha dedicato ben quattro diversi libri, oltre che innumerevoli scatti 🐶

 

 

Nonostante i suoi anni, ancora oggi si dedica con passione e dedizione ad un’arte meravigliosa come la fotografia 🙂

 

Hai già visitato la sua mostra a Pavia?

Qual è l’aspetto che ti piace di più della fotografia di Erwitt? 🙂

 

“Di me dicono che sono un’umorista: la cosa più difficile e utile del mondo è far ridere la gente.”

 

 

Francesca

Recensioni
Da fotografo a fotografo: cosa ne penso della Fuji XT-3

FOTO DI NICOLA MONTANARI

12/12/2018
Nicola Montanari

Da fotografo a fotografo: cosa ne penso della Fuji XT-3

Se da questa recensione ti aspetti la solita valanga di dati tecnici, comparative coi precedenti modelli, dibattiti sulla tenuta agli alti ISO o quant’altro… Non è questo che stai per leggere 🙂

Questa mia personalissima recensione si basa puramente sull’esperienza sul campo fatta con la nuova Fuji XT-3.

 Sono un fotografo professionista specializzato in Ritratto e Fashion, poco avvezzo ai fronzoli delle macchine fotografiche, ma molto attento ad alcune caratteristiche per me essenziali.

 

Premetto di essere un fan Fuji e di essere stato un fruitore delle loro macchine per circa 4/5 anni, ma di essere passato ad altro sistema ad inizio primavera di quest’anno. La mia scelta non è stata motivata dalla mancanza di qualità del sistema Fuji, bensì da quello che è stato da sempre il tallone d’Achille del brand: il tethering con Capture One, unico software veramente professionale per l’acquisizione diretta dell’immagine, di cui nel mio lavoro in studio abuso quotidianamente.

Come probabilmente avrai già letto da altre parti, finalmente Capture One supporta Fujifilm, cosa che mi ha stimolato ad affrontare questa recensione con grande curiosità 🙂

In sei punti ti racconterò la mia esperienza con la new entry di casa Fujifilm 😉

 

1. IL CORPO MACCHINA

Chi già possiede o ha posseduto la XT-2, troverà subito feeling con questa nuova versione, a cui sono state apportate poche ma apprezzabili modifiche: un grip leggermente più profondo e deal modificati e più “precisi”, sono sostanzialmente le differenze che ho riscontrato rispetto alla XT-2.

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Recensioni
Fujifilm XT-3: colpo di fulmine per una videomaker

FUJIFILM XT-3

30/11/2018
Roberta Bedocchi

Fujifilm XT-3: colpo di fulmine per una videomaker

Come avrai visto dai nostri canali social, ho avuto il piacere e la possibilità di provare la nuova nata in casa Fujifilm: la tanto attesa XT-3 😀

Subito poco dopo aver saputo che Fujifilm avrebbe inviato la nuova XT-3 in agenzia per permetterci di testarla, ha avuto ufficialmente inizio la mia intrepida attesa: ogni campanello che suonava, ogni fattorino che arrivava era motivo di batticuore. Era il pomeriggio di Halloween quando il fattorino ha suonato alla porta della nostra agenzia dicendo “Ho una spedizione per voi da parte di Fujifilm!”.

Sono scattata dalla sedia: l’attesa era terminata e finalmente potevo spacchettarla e stringerla fra le mie mani!

 

Ho potuto testarla giusto per qualche giorno, ma è stato il tempo necessario per innamorarmi a pieno di una fotocamera “senza specchio” come questa.

Ne ho approfittato, allora, per vivermi Reggio Emilia dietro l’obiettivo e provare questo gioiellino che tanto desideravo 😀

 

Il mio set-up video era il seguente :FUJINON XF35mmF2 R WR (equivalente a un 53mm nel

formato 35 mm) e XF50-140mmF2.8 R LM OIS WR (equivalente a un 76- 214 mm nel formato

35 mm), monopiede e stabilizzatore elettronico Zhiyun Crane.

 

Devo essere sincera: lavoro con attrezzatura Fujifilm da quando faccio parte del team di FotografiaProfessionale ed il mio non è stato amore a prima vista con la sorella minore Fuji TX-2.

Da anni utilizzo con grande soddisfazione Panasonic, precedentemente Gh4 e ora Gh5, quindi il mio non è stato un approccio immediato al sistema Fuji. Dopo aver utilizzato la XT-2 in svariati video realizzati, ho iniziato decisamente a familiarizzare con il suo sistema 🙂

Il menù non è sempre molto intuitivo e la grande mancanza di un display completamente ruotabile la rendevano non molto simpatica ai miei occhi. Così, ho deciso di testare la nuova XT-3 per due giorni utilizzandola come se non avessi mai preso in mano una macchina Fuji prima d’ora e senza preconcetti.

 

La XT-3 si presenta come una macchina dalla risoluzione di 26.1 MP (contro i 24 MP della sorella minore) e il processore è il più avanzato X-Processor 4.

Si è posta sul mercato strizzando fortemente l’occhio ai videomaker pro e, rispetto alla sorella minore, ha subìto forti upgrade in campo video, ma non solo: anche rispetto alla cugina XH-1 sono state introdotte decisive migliorie che la rendono, a mio parere, fortemente competitiva e performante.

Ora basta chiacchiere: vediamo nel dettaglio qualche specifica interessante 🙂

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Tecnica Fotografica
Il glossario del Videomaker

Il glossario del Videomaker

Il video è una modalità comunicativa che si sta diffondendo sempre più, a pari passo con la fotografia 🙂

Per un fotografo ci sono concetti del videomaking non proprio intuitivi, ecco perché ho deciso di proporti il “Glossario del Videomaker”, sempre pronto e a tua disposizione per comprendere il linguaggio dei professionisti di questo settore 😉

 

1. Le specifiche video di registrazione

Esistono differenti specifiche video di registrazione: 4K, Ultra HD, Full HD.

4K: È uno standard che prevede ben 4000 pixel orizzontalmente e più di 2000 sul lato verticale, infatti la sua risoluzione è di 4096 x 2160 pixel. Questa specifica video è stata concepita per il cinema perché rende visibili molti dettagli che l’occhio umano da solo non sarebbe in grado di vedere, ma soprattutto permette di ingrandire l’immagine ripresa senza perdita di qualità e offrendo una vasta gamma di colori. Questo standard è oggi molto adottato anche nei televisori, in particolare quelli che superano la grandezza di 40 pollici 🖥

Girare video in 4K, inoltre, è un vantaggio anche in caso di consegna di un video in Full HD: il “rumore” è un concetto molto fastidioso per i videomaker, perché si presenta come una grana che riduce la qualità dell’immagine. I casi più diffusi di rumore sono quelli di un girato in condizioni di scarsa luce, come per esempio riprese notturne o in location poco illuminate; la ripresa in 4K però è un vantaggio se devi consegnare il tuo lavoro con specifiche video differenti: per ogni pixel del formato Full HD, concorrono ben quattro pixel del 4K e questo migliora la qualità del girato.

Altri vantaggi? Beh, aumenta la profondità colore del video e permette una maggiore stabilizzazione dell’immagine: problema che non può comunque essere accantonato, ma almeno in post-produzione si potrà fare un buon lavoro per ridurre anche questo disturbo 😉

Vantaggi che ho potuto notare riprendendo con la Fujifilm XT-3, hai letto del mio test? 😉

Ultra HD: A differenza del 4K, questa specifica adotta 3840 pixel di lato lungo e 2160 verticalmente. Non vengono percepiti i pixel che compongono l’immagine, a differenza dei suoi predecessori, e vengono eliminate eventuali tracce che possano disturbare il colore ed il realismo delle immagini. Mentre il 4K vanta l’esperienza cinematografica, l’UHD è stato pensato per offrire una qualità migliore a quello che vediamo quotidianamente in tv.

Full HD: Predecessore del formato Ultra HD, questo standard è costituito da 1920 pixel orizzontali per 1080 verticali. L’immagine è estremamente chiara e nitida e garantisce anche effetto tridimensionale, ma questo formato rende maggiormente visibili i difetti delle immagini ingrandendo l’immagine stessa.

 

Differenza all'ingrandimento di un'immagine Full HD e in 4K
Differenza all’ingrandimento di un’immagine Full HD e in 4K

 

2. Il campionamento colore

Ci sono tre differenti sigle che si riferiscono al sottocampionamento della crominanza:

I. 4:4:4

II. 4:2:2

III. 4:2:0

 

Differenza tra 4:4:4 e 4:2:0
Differenza tra 4:4:4 e 4:2:0

 

 

Il discorso sarebbe molto complicato, ma partiamo da un concetto che anche i fotografi dovrebbero conoscere: un’immagine è composta da X pixel rossi, X pixel verdi ed X pixel blu. Nel video, però, il discorso è più articolato: per esigenze dell’occhio umano, più sensibile alle variazioni di luminosità che a quelle dei valori cromatici dell’immagine, si è preferito suddividere i canali in YUV (conosciuta anche come YCbCr) anziché in RGB.

Per Y intendiamo la luminanza o scala di grigi, mentre U e V stanno ad indicare componenti del rosso e del blu ottenute attraverso specifiche operazioni matematiche, che noi chiameremo crominanza, cioè l’informazione sul colore. Le informazioni cromatiche, in base ad algoritmi specifici, sono sotto campionate rispetto alle informazioni relative alla luminanza: da qui nasce un codice numerico specifico e costituito da tre cifre per simboleggiare il livello di campionamento. Sì, parlo proprio delle tre sigle che ti ho riportato sopra 🙂

Se parliamo di un segnale in 4:4:4, intendiamo un segnale dove non è presente nessun campionamento dei colori: per ogni quattro blocchi di luminanza (la prima cifra del codice), ne corrispondono altri quattro di crominanza (valori che rispondono alle cifre successive).

Se parliamo, invece, di un segnale in 4:2:0, l’ultima cifra indica che sulla terza riga la luminanza non ha pixel da “leggere”, pertanto la risoluzione (e la qualità) dell’immagine è dimezzata.

 

3.  Il Log

Possiamo chiamarlo così oppure profilo colore interno desaturo 🙂

Il termine indica una curva logaritmica: questa ci permette di registrare in un numero limitato di informazioni la maggior quantità possibile di sfumature e di luminosità e di avere a disposizione una maggiore gamma dinamica. Questa funzione è molto utile per operare, in un secondo momento, sulla post-produzione dell’immagine in maniera veramente accurata 🙂

Prima il Log era offerto solo da macchine professionali come quelle da ripresa di gamma alta, oggi invece macchine valide ed utilizzate a livello professionale (penso a Sony, a Lumix, a Nikon, a Fujifilm o a cineprese digitali come la Red), possiedono un proprio log interno.

Vantaggi e svantaggi di usare il Log ce ne sono, secondo me devi assolutamente sapere che:

  1. Usando il Log, l’immagine che otterrai dalla tua macchina sarà poco contrastata e poco saturata ma conterrà parecchie informazioni sulla luce;
  2. Un’immagine in formato Log rende meno scure le zone in ombra e scurisce le zone molto illuminate;
  3. Il Log ti obbligherà ad effettuare una post-produzione più accurata sui vostri file;
  4. Un file in formato Log ti può salvare quando nel tuo girato ci sono zone in forte ombra vicine a zone molto illuminate.

Con questo sistema si possono ottenere file davvero interessanti, certo è che occorre conoscere meglio possibile la propria macchina per sfruttare a pieno questa potenzialità e avere ben chiara la post-produzione che faremo successivamente.

Queste sono le differenze che ho potuto notare tra il famoso F-Log, cioè il profilo colore interno desaturo della Fuji XT-3 e la simulazione pellicola Eterna (devi sapere, infatti, che la nuova arrivata in casa Fuji fornisce delle simulazioni pellicola, offrendo così dei profili colore più strutturati).

 

Il profilo colore F-Log della Fuji XT-3
Il profilo colore F-Log della Fuji XT-3

 

La simulazione pellicola Fuji Eterna

 

4. I formati video più conosciuti: H.264 e H.265

H.264 e H.265 sono dei codec, cioè sistemi che si occupano di comprimere e decomprimere i dati sia audio che video, determinando come questi saranno riprodotti sui vari dispositivi. Esistono decine e decine di codec differenti offerti dai sistemi operativi, ma i più conosciuti sono gli H.264 e H.265: scopriamoli insieme 🙂

H.264: questo formato è uno dei più diffusi e storici. Conosciuto anche come MPEG-4, esso supporta anche video in 4K;

H. 265: questo formato garantisce un ottimo rapporto qualità/quantità nel file offrendo una compressione dati raddoppiata rispetto al 264 e supporta video anche in 8K (8192×4320); per utilizzare la sua potente codifica e decodifica, necessitiamo di un supporto software e hardware adeguato 😉 Una piccola curiosità: ad oggi troviamo questo codec anche su molti smartphone di ultima generazione come gli iPhone 📱

 

Di concetti in ambito video ce ne sarebbero molti da illustrare, ma come inizio non è male 😉

Tu ti sei già approcciato al mondo video, dopo esserti legato a quello della fotografia? 🙂

 

Roberta

Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Willy Ronis

VINCENT SUR LA ROUTE DES VACANCES, 1946 © WILLY RONIS

28/11/2018
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Willy Ronis

No, non ci siamo dimenticati di voi e dello spazio tutto dedicato alla Storia della Fotografia 😄

Dopo Man Ray, diamo spazio a Willy Ronis: alcuni fra i migliori scatto del fotografo francese sono in mostra presso la Casa dei Tre Oci di Venezia fino al 6 Gennaio 2019 🙂

Spero di invogliarti quanto basta per partecipare ad una mostra (a mio parere) molto interessante e stimolante, soprattutto per te che cerchi di ottenere sempre il meglio da una passione forte come la fotografia 🙂

 

Alcuni scatti di Willy Ronis in mostra a Venezia
Alcuni scatti di Willy Ronis in mostra a Venezia

 

Dai, iniziamo questo viaggio nella storia 🧐

 

 

Willy Ronis è stato un grande fotografo francese: figlio di immigrati nato il 14 Agosto 1910, Willy eredita la passione per la fotografia e la musica dai suoi genitori; il padre è fotografo e ritoccatore, mentre la madre è insegnante di pianoforte in un circolo musicale.

Fin da giovane, l’artista non aveva ipotizzato ad una carriera nella fotografia: dopo aver iniziato a studiare violino, il suo sogno d’infanzia era sempre stato quello di divenire compositore.

Il suo sedicesimo compleanno, però, fu la svolta per Willy Ronis: il ragazzino chiese in regalo la sua prima macchina fotografica. Si trattava di una Kodak in formato 6,5 x 11, che utilizzò soprattutto per realizzare autoritratti nello studio del padre, che poi stampava autonomamente.

 

“La fotografia è lo sguardo. Si ha o non si ha. Può affinarsi con gli anni, ma si manifesta fin da subito”

 

Willy Ronis, Autoportrait aux flashes, Paris (1951)
Willy Ronis, Autoportrait aux flashes, Paris (1951)

 

L’obbligo militare gli fa lasciare casa e, fino al suo ritorno nel 1932, la fotografia sembra dimenticata: la grave malattia del padre, però, lo obbligò a sostituirlo nel suo studio e Willy fu costretto ad abbandonare la sua grande passione per la musica, coltivata anche durante gli anni di servizio militare.

Il lavoro in studio, purtroppo, non lo entusiasmava affatto, ad eccezione di qualche commissione industriale. Il fotografo decise ugualmente di coltivare le proprie inclinazioni artistiche e nel tempo libero girava per Parigi a caccia di immagini da immortalare: è da quei momenti che il giovane si appassiona realmente alla fotografia e sperimenta formati fotografici sempre più piccoli.

Si approccia, inoltre, alla fotografia di reportage: quegli anni sono molto duri per la Francia e Willy gira per la città per documentare gli avvenimenti per alcuni giornali di sinistra, scrivendo per loro anche qualche articolo.

Nel 1936 viene a mancare suo padre: nonostante la sua difficile situazione economica, decide di chiudere lo studio ereditato dal padre e fare il fotografo illustratore, in particolare a causa dell’enorme discrepanza tra la sua visione della fotografia e i bisogni della clientela. Fu quella decisione che rese la fotografia una scelta di vita per un grande fotografo come lui 🙂

A causa di un’attrezzatura ormai antiquata, Ronis acquistò una Rolleiflex che rese i suoi lavori più rapidi e di qualità. Il fotografo vanta, poi, l’aver vissuto un grande evento storico: fu tra i primi a fotografare la sconvolgente opera “Guernica” di Picasso, dedicata ad un triste episodio della Seconda Guerra Mondiale.

Sono anni difficili, sia per il mondo che per l’artista: la guerra obbliga Ronis ad improvvisare altri mestieri come quello di pittore su gioielli. Dopo la Liberazione (e una lunga pausa), egli torna più determinato che mai sulla fotografia di reportage e lavora anche per la stampa illustrata.

In quegli anni, inoltre, si approccia anche alla moda e alla pubblicità.

 

 

Ronis si è sempre approcciato in maniera empatica alla vita e alle cose semplici, scoprendovi un significato nascosto ma di grande valore. Il fotografo francese è un grande comunicatore, che attribuisce importanza ai messaggi veicolati attraverso i suoi scatti: per lui la fotografia è il tramite per manifestare le proprie emozioni e i propri sentimenti dinnanzi alle situazioni che vive e vede attraverso il suo punto di vista 🙂

Il “Caso” è un concetto a cui lui ha sempre tenuto molto: “La fortuna è il premio della pazienza”, così diceva Willy Ronis. Per lui ogni attimo da immortalare nelle sue fotografie era un dono: una donna che passeggia, un uomo in bicicletta, due amanti che si baciano. Tutto per lui era frutto del caso e della fortuna, un dono che la vita gli offriva 🙂

 

Negli anni, Willy Ronis ha ricevuto molti premi per omaggiare la sua innata bravura: nel 1947 gli viene consegnato il “Prix Kodak” e nel 1957 è medaglia d’oro alla Biennale di Venezia 🙂

Questi, però, sono solo alcuni dei suoi innumerevoli successi che non finirei di elencare 😌

Nel 1983, raggiunta ormai un’età rispettabile, Ronis dona alla città di Parigi il suo intero patrimonio fotografico, frutto di una carriera lunghissima e ancora non conclusa 🙂

È nel Settembre 2009, infatti, che Willy Ronis ci lascia.

Di lui ci restano fotografie mozzafiato, rigorosamente in bianco e nero, per raccontarci il Novecento attraverso i suoi occhi 🙂

 

 

“Una foto significativa è una foto funzionale. La funzione di una foto consiste nella sua capacità immediata di sintetizzare la propria intenzione”

 

 

Francesca

 

Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Man Ray

AUTORITRATTO DI MAN RAY

19/10/2018
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Man Ray

Per qualche mese, alcuni fra gli scatti più noti del fotografo surrealista Man Ray sono stati in mostra a San Gimignano grazie ad un evento chiamato “Wonderful Visions”.

Se non hai avuto modo di conoscere da vicino la vita e l’operato di Man Ray, beh te ne parlo io 🙂

Con questo articolo inauguriamo un nuovo format di FotografiaProfessionale (spero resisterà 😁 ), che si focalizzerà sui personaggi che hanno fatto la storia della Fotografia.

 

Man Ray e Salvador Dalì a Parigi (1934)
Man Ray e Salvador Dalì a Parigi (1934)

Emmanuel Radnitzky, in arte Man Ray, fu un fotografo statunitense classe 1890 sostenitore delle avanguardie, fra cui il Dadaismo. In realtà, però, non fu solo fotografo ma anche grafico, pittore e regista di film come L’étoile de mer (1928) che furono precursori del cinema surrealista.

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Interviste
In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

© ENRICO PESCANTINI

12/10/2018
Lorenzo Montanari

In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

“In viaggio con un paesaggista” è uno spazio dove intervisto un fotografo paesaggista italiano. Ma non paesaggisti a caso, gente importante eh 😉

Enrico Pescantini è l’intervistato di oggi.

Gli piace viaggiare, e far viaggiare le persone con le sue foto.
Gli piace viaggiare ovunque, e intendo letteralmente ovunque: in aria, in acqua e sulla terra. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuove viste.

Ah, tra l’altro, Enrico ha pure recentemente vinto, grazie ad una sua foto scattata da un drone, un premio di National Geographic come Fotografo di Viaggi dell’anno, nella sezione “Città”.

Allacciate le cinture, si parte.

Allora, intanto ciao e grazie di aver accettato di fare questa breve intervista 😊

Partiamo dalla cosa più importante, la meta: come la scegli?

Innanzitutto diciamo che mi considero più un fotografo di viaggio che paesaggista: attraverso i miei scatti, mi pongo l’obiettivo di far conoscere a tutti le meraviglie del nostro pianeta, siano esse naturali, paesaggistiche o wildlife. La scelta della meta è molto di cuore, oltre che le ovvie valutazioni economiche del viaggio. Negli ultimi anni prediligo mete dove la natura è predominante, e posso alternare diversi tipi di fotografia, da quella tradizionale, a quella aerea e subacquea. Una destinazione che mi permette di scattare fotografie con tecniche e soggetti molto diversi è sicuramente preferita rispetto a una meta “monotona”.

Io, da aspirante paesaggista, mi trovo sempre a dover coniugare due approcci per me differenti, ma complementari, alla fotografia di paesaggio: la pianificazione e il semplice vagare in cerca di ispirazione. Una volta scelta la meta, tu come procedi all’organizzazione del viaggio? Pianifichi nei minimi dettagli (con tanto di software per la posizione del sole e ore di golden e blue hour) ogni scatto, o “vagabondi” in cerca di idee?

I miei viaggi sono tutti organizzati e pianificati da me in prima persona, in ogni loro aspetto: tappe, alberghi, ristoranti, escursioni, ogni cosa. C’è un notevole lavoro di mesi di ricerca dietro ogni viaggio, al fine di trovare i posti e le esperienze migliori dove scattare. Tuttavia, al di là di alcuni “must” fotografici che scelgo prima di ogni viaggio, all’interno di ogni luogo mi muovo abbastanza in libertà, lasciandomi ispirare. Ovviamente cerco di essere nei posti giusti all’ora del giorno giusta, ma in un viaggio, soprattutto se molto intenso, è impossibile pianificare ogni cosa, e bisogna lasciare spazio ad imprevisti, e creatività. La fotografia è arte, non è scienza o ingegneria, e credo che una esagerata pianificazione soffochi la creatività necessaria ad ottenere dei buoni scatti.

Lo zaino di un paesaggista tende a riempirsi facilmente tra ottiche, corpi macchina e accessori vari. Tu come gestisci la tua attrezzatura? Meglio viaggiare leggeri, o meglio avere sempre tutto con sé onde evitare imprevisti?

Scattando fotografia “tradizionale”, fotografia aerea e anche sott’acqua, la scelta dell’attrezzatura è fondamentale. Personalmente devo portarmi 3 tipologie di attrezzatura diverse, quindi cerco di avere il meno possibile con me, della qualità migliore possibile. Nel mio ultimo viaggio ad esempio, in Namibia, sono quasi riuscito ad avere tutto in un unico zaino. Per la fotografia tradizionale, una mirrorless fullframe con il “tuttofare” 24-70mm, con in più un 70-300 per le sessioni di safari e un 14mm 2.8 per le fotografie della via lattea. Come fotografia aerea un drone DJI Mavic, da poco sostituito con il Mavic 2 PRO, compatto ma con ottima qualità fotografica. Per gli scatti “action” o acquatici una GoPro Hero 6 Black, che uso come “jolly” dove non posso avere con me attrezzatura migliore ma più “delicata”

In base all’attrezzatura, quindi, bisogna scegliere il modo più adatto per portarsela con sé. Tu usi uno zaino, una tracolla, o qualche prodotto che ancora noi non conosciamo?

L’attrezzatura e il modo per trasportarla dipendono molto dalla pianificazione di scatti che ho in mente di fare: se affronto un viaggio su strada, mi permetto di avere tutto con me a disposizione in auto, e prendere di volta in volta l’attrezzatura necessaria. Durante escursioni miste, ho con me uno zaino Kata che mi permette di avere obiettivi, drone e go pro in un unico comodo zaino. Per giornate “urbane”, o durante la visita di siti archeologici dove sono richieste tante ore di esplorazione, ho con me solo la fullframe con il 24-70, fissata attraverso un cinturone con “fondina” laterale, proprio come una pistola, di modo che non pesi nulla sulle spalle, e sia facilmente “estraibile”. È impensabile per me soffrire troppo per portare l’attrezzatura, rischio di rovinarmi la giornata e soprattutto non essere nello spirito giusto per realizzare gli scatti con ispirazione artistica.

Ultima domanda, molto libera: lascia un consiglio ai lettori, su come affrontare al meglio la fotografia di paesaggio. 

L’attrezzatura, gli obiettivi e la macchina fotografica sono un mezzo, non un fine. Troppi fotografi passano più tempo a leggere schede tecniche di attrezzatura invece di vivere l’ambiente ed immergersi in esso. La fotografia è arte, è un mezzo di espressione, al di là dei risultati che potete avere. Fatelo per voi stessi, fatelo perché vi piace e sicuramente otterrete degli scatti migliori!

Puoi seguire Enrico:

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

Storia della fotografia
Tutto per colpa di qualche pixel “di troppo”

LA PRIMA MACCHINA DIGITALE DI STEVEN SASSON, 1973

09/10/2018
Francesca Pone

Tutto per colpa di qualche pixel “di troppo”

  Mi ricordo di aver avuto sei anni quando ho stretto fra le mani la mia prima macchina fotografica: era una vecchia Kodak, tutta nera e rigorosamente a rullino.

Ero in gita con la scuola materna in una fattoria, un classico per farti scoprire la natura: impugnata la mia nuova amica, iniziai a scattare foto alla location, agli animali e alle mie compagne 📸 

Scattate quelle fotografie, non mi restava che portare il rullino in uno studio fotografico ed attendere che me lo sviluppassero per vederne il vero risultato.

 

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News ed Eventi
Come trasformare il Tethering in un superpotere per fotografi!

FOTOGRAFI SUPERVELOCI!

28/09/2018
Simone Poletti

Come trasformare il Tethering in un superpotere per fotografi!

La vita dei fotografi è come uno schema di SuperMario: fra salti, acrobazie, ostacoli, trappole, funghi allucinogeni e principesse da salvare, ogni tanto capita un superboost che ti fa andare più veloce e aumenta l’energia: il tethering!

Tutti, o quasi, abbiamo giocato a Super Mario Bros e tutti abbiamo ben chiare le difficoltà tecniche, operative e gestionali della vita da fotografo, professionista o appassionato che sia.

Devi essere una specie di dea Kali a mille braccia per gestire tutto e controllare tutto e spesso diventa davvero stressante e impegnativo sia livello fisico che mentale.

Ne parlavo l’altra sera con alcuni amici fotografi di un circolo della mia città (uno dei più grandi in Italia, molto attivo):

“Tu sei un professionista, hai uno staff che ti aiuta, ma come faccio io che son da solo a gestire tutto? Anche solo in studio,quando scatto un ritratto, devo controllare le luci, gestire il soggetto, scaricare le schede, fare le scelte, archiviare i file, ecc… A volte qualcosa lo dimentico…”

In questi anni la tecnologia, nel mondo della fotografia, ha fatto passi incredibili proprio in questa direzione: fotocamere e software sono sempre più utili nel gestire il “lavoro sporco” e aiutare ogni tipo di fotografo a controllare tutto il processo in modo più semplice e veloce.

Se scatto in studio, o in location ma in situazione “controllata”, il tethering è uno strumento fantastico per migliorare le tue performance, renderti più veloce e tenere sotto controllo tutto il processo di lavoro.

Cos’è il tethering?

Il tethering o “scatto in acquisizione diretta” è un metodo di lavoro che prevede il collegamento diretto (di solito via cavo) fra macchina e computer. Permette di acquisire direttamente le immagini nel software per lo sviluppo del raw, rendendo il lavoro più veloce e sicuro.

Oggi i software che gestiscono lo scatto in acquisizione diretta sono tanti, da quelli che lo fanno in modo elementare come Lightroom e tante App dei produttori (Fuji, Canon, ecc…) a quelli più evoluti, completi e performanti come Capture One.

I vantaggi concreti del lavoro in Tethering sono davvero tanti:

  1. Immediato controllo degli scatti dal monitor
  2. Check su messa a fuoco, inquadratura ed esposizione più veloce ed affidabile rispetto al monitor LCD della macchina
  3. Archiviazione diretta dei file su catalogo e/o in cartella dedicata (dipende dal software)
  4. Maggiore velocità del processo rispetto allo scatto con scheda
  5. Maggiore sicurezza del processo rispetto allo scatto con scheda
  6. Possibilità di acquisizione diretta in cartelle predefinite, dividendo gli scatti in acquisizione (con Capture One)
  7. Live view iper-performante con messa a fuoco e gestione di immagini sovrapposte per scatti multipli (con Capture One)
  8. Sviluppo in acquisizione con applicazione diretta alle immagini successive (con Capture One)

In pratica puoi gestire tutto da solo, controllando la messa a fuoco a distanza e avendo un feedback immediato dal software.

Con Capture One, ad esempio, puoi gestire tutto in fase di scatto arrivando al termine della giornata di servizio con le immagini già archiviate, divise per soggetto e già sviluppate, senza dover più perdere altro tempo!

Io amo lo scatto in studio e, onestamente, non potrei fare a meno della mia nuove versione di Capture One, del mio Mac e del mio cavo arancione collegato alla fotocamera!

Anzi, ti saluto e vado a preparare il set per gli scatti (in tethering) di sabato 😉

 

A presto e buon divertimento!

 

Simone P