Fotografia
Fotografare ti distrae da ciò che stai vivendo?

FOTOGRAFARE AD UN CONCERTO: IL MURO DEL CANTO AL KALINKA DI CARPI

14/06/2016
Gloria Soverini
2 commenti ]

Fotografare ti distrae da ciò che stai vivendo?

È una credenza comune: fotografare ti distrae da quello che stai vivendo. Uno studio recente potrebbe dimostrare il contrario

“Ma come fai a goderti un concerto se non fai altro che fotografare?”

Dopo “Quanti anni hai?” e “Cosa significano i tuoi tatuaggi?”, quella iniziale è certamente la domanda che mi viene rivolta più spesso e, a differenza delle altre due, è anche l’unica cui non sono ancora riuscita a dare una risposta vera e propria.

Fotografo concerti per passione, quindi la domanda è certamente lecita. Il problema è che quando non lavoro ho SEMPRE la macchina fotografica con me nella borsa, anche se la rende scomoda e pesante; i miei amici sanno che quando usciamo, c’è anche la 6D con me (mi deridono? Alla grande), anche se a volte non la uso.

“Come fai a goderti quello che fai se pensi a fotografarlo?”

Oggi mi sono imbattuta in un articolo di PetaPixel in cui si parla di un esperimento, i cui risultati sono stati pubblicati sul “Journal of Personality and Social Psychology” meno di 10 giorni fa, il 6 giugno.

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Tecnica Fotografica
Bianco e nero in Technicolor

CALIFORNIA LANDSCAPE PHOTOGRAPHY WORKSHOP

20/05/2016
Simone Conti
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Bianco e nero in Technicolor

Recentemente mi sono avvicinato nuovamente a un mio perenne amore: la pellicola. In Italia faccio fatica a trovare una offerta e un servizio accettabile per scattare ancora in pellicola, ma negli USA è tutto molto più semplice. La pellicola sta tornando decisamente di moda e anche per lavoro è facile trovare fotografi che tornano all’analogico. Proprio un paio di settimane fa, quattro dei miei rullini hanno subito un ritardo di 48 ore nella abituale consegna (sviluppo, provinatura e scansione in alta risoluzione in meno di 24 ore) perché un fotografo aveva portato al laboratorio dove mi servo 70 rullini scattati per un servizio in una nota azienda con il logo blu con il nome che finisce per “In”… e le mie fotografie di paesaggio erano finite in coda a quella lavorazione.

Visto il mio ritorno alla pellicola con una frequenza maggiore rispetto al passato e la comodità di avere ancora una volta un “laboratorio sotto casa”, ho anche deciso di passare al medio formato, ma senza esagerare con le dimensioni. Di conseguenza ora ho un corpo Mamiya 645 AF e un corpo Phase One 645 AF, tre film back, un Polaroid back e le mie tre focali fisse preferite: 35mm, 55mm e 150mm (circa 20mm, 35mm e 95mm se rapportate al formato standard 35mm). Oltre a questo ho almeno un paio di progetti strani in mente da realizzare con questa attrezzatura, ma di questo forse ne parleremo più avanti in un altro articolo.

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News ed Eventi
Photolux 2015, solo due giorni alla chiusura. Approfittane!

PHOTOLUX 2015, ULTIMI GIORNI!

11/12/2015
Gloria Soverini

Photolux 2015, solo due giorni alla chiusura. Approfittane!

Sta per concludersi l’edizione 2015 del Photolux, biennale internazionale di fotografia di Lucca, dal tema “Sacro e Profano”.
28 mostre tutte da vedere dislocate fra varie location della città, dallo splendido Palazzo Guinigi (dove ho apprezzato particolarmente le esposizioni di James Estrin e di Jordi Pizarro per l’intensità dei lavori), all’affascinante Villa Bottini (tutta per Witkin, con una parte dedicata alla mostra “Crimini Contro l’Umanità”), passando per la Chiesa dei Servi, spazio decisamente particolare che ospita l’esposizione dedicata al World Press Photo 2015 e la mostra di Charles Fréger, e Palazzo Ducale – che varrebbe la pena di essere visitato a prescindere, ma che segnalo soprattutto per la presenza delle foto di Aurelio Amendola, Kenro Izu e Rony Zakaria, in un percorso fatto di bianchi e neri classici, puliti, ma anche di atmosfere sospese e della grana migliore che ci si possa aspettare 🙂

Se non ci sei ancora stato, ti consiglio di recuperare e di organizzarti per gli ultimi due giorni di Festival: non capita di poter camminare in una città bella come Lucca e di imbattersi in così tanti lavori di altissima qualità che parlano al cuore in linguaggi diversi, pur seguendo lo stesso filo conduttore.

 

Chiesa dei Servi
Chiesa dei Servi

Chiesa dei Servi
Chiesa dei Servi

Chiesa dei Servi
Chiesa dei Servi

Villa Bottini
Villa Bottini

Villa Bottini
Villa Bottini

Villa Bottini
Villa Bottini

 

Non dimenticare che, oltre alle mostre, sono previste diverse attività nell’arco della giornata!
Ecco gli appuntamenti dell’ultimo weekend prima della chiusura:

1. Sabato 12 Dicembre

/ WORKSHOP – Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca- San Micheletto

Ore 9:00 – 17:00 – Towel Publishing e Marco Casino.
Ore 9:00 – 17:00 – Visual storytelling con Massimo Mastrorillo, in collaborazione con Leica Akademie Italia.

/ LEICA TALK

Ore 11:30 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
Fotografia mobile con Giancarlo Beltrame.
Ore 15:00 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
Immagine e rappresentazione della donna nei media. Nuovi modelli di riferimento con Lorella Zanardo, Paolo Iabichino e Isabella de Maddalena.
Ore 17:00 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
Vincitori italiani World Press Photo 2015: Arianna Arcara (Cesura, per Andy Rocchelli), Fulvio Bugani, Turi Calafato, Paolo Marchetti, Michele Palazzi, Massimo Sestini, Gianfranco Tripodo e Paolo Verzone con Alessia Glaviano.

2. Domenica 13 Dicembre

/WORKSHOP – Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca- San Micheletto

Ore 9:00 – 17:00 – Towel Publishing con Marco Casino.
Ore 9:00 – 17:00 – Visual storytelling con Massimo Mastrorillo, in collaborazione con Leica Akademie Italia.

/ LEICA TALK

Ore 10:30 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
Presentazione del libro “DÚO 04 Sobre la Frontera Sur” con l’autore Gianfranco Tripodo, fotografo vincitore World Press Photo 2015.

Ore 11:30 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
La fotografia non esiste con Efrem Raimondi, fotografo.

Ore 15:00 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
L’etica nella fotografia di viaggio: cosa sono e a cosa servono i workshop fotografici. Presentazione a cura di FotoImage, con Fulvio Bugani, fotografo vincitore World Press Photo 2015.

Ore 16:00 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
Paolo Verzone, fotografo vincitore World Press Photo 2015.

Ore 17:00 – Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca – Piazza San Martino:
Presentazione del libro “Manicomi” (Contrasto) con l’autore Gianni Berengo Gardin, fotografo e la prof.ssa Isabella Tobino.

Per ulteriori informazioni, visita il sito del Photolux per consultare programmi ed orari delle mostre. Non fartelo scappare, sei ancora in tempo!

… Se, invece, sei fra quelli che hanno già visitato le mostre, cosa ti è piaciuto di più? Un po’ le mie preferenze si sono capite 😉
Ti aspetto per un confronto o per suggerire agli altri lettori su cosa concentrarsi maggiormente!

Gloria

Palazzo Guinigi
Palazzo Guinigi

Palazzo Guinigi
Palazzo Guinigi

Palazzo Guinigi
Palazzo Guinigi

Palazzo Ducale
Palazzo Ducale

Palazzo Ducale
Palazzo Ducale

Palazzo Ducale
Palazzo Ducale
Fotografia
Fotogiornalismo professionale VS Citizen Journalism: chi vincerà? (3/3)

COME TE LA CAVI CON L’EQUILIBRIO?

05/06/2015
Gloria Soverini

Fotogiornalismo professionale VS Citizen Journalism: chi vincerà? (3/3)

Sono arrivata alla terza parte di questa serie di articoli sul fotogiornalismo professionale e sul punto interrogativo che pende sulla sua testa come una grande spada di Damocle.

Prima di proseguire, ti faccio una domanda anche io: come te la cavi a stare in equilibrio su un cavo sospeso?
Presto capirai cosa intendo…

Nel primo articolo ti ho un po’ provocato (ma a ragion veduta) dicendo che, ormai, il fotogiornalismo è morto; nel secondo, invece, ho riportato a galla questa professione, motivando il recupero con i risultati ottenuti dagli studi sull’Eye Tracking. Ricordi? 🙂

Beh, proprio i commenti che Mauro e Claudio hanno scritto per rispondere al secondo articolo hanno anticipato la chiusura, la sintesi delle posizioni che ho trattato. “In medio stat virtus“, diceva quello, e ha ancora parecchia ragione secondo me.
È un po’ come camminare in equilibrio su un cavo sospeso: da una parte ti attende una distesa di ortiche, dall’altra un bel prato con dell’erba soffice (e un materasso molto grande!)

Passami la metafora, insomma, voglio dire che non puoi negare che esistano le ortiche solo per rassicurarti.
Per essere ancora più chiara, per quanto nel secondo articolo abbia scritto che le persone sono ancora in grado di distinguere una foto di un reporter professionista da una scattata da un “testimone oculare”, diciamo, che si è trovato nel posto giusto al momento giusto e ha immortalato un evento, magari importante, non si può far finta che l’editoria sia in crisi e che sempre più spesso siano proprio le redazioni a preferire le immagini pescate sul web piuttosto che remunerare un professionista assunto appositamente. LEGGI TUTTO >>

Fotografia
Annie Leibovitz e il suo “arazzo americano”

ANNIE LEIBOVITZ, AMERICAN MUSIC

31/01/2015
Gloria Soverini
3 commenti ]

Annie Leibovitz e il suo “arazzo americano”

Cominciamo dalla fine, da quello che si può descrivere a parole.
Le dediche di Annie, i ringraziamenti, arrivano in fondo al libro, a pagina 263, quasi a non voler disturbare chi lo sfoglierà dall’inizio con le sue “parole” – meglio, per un fotografo, lasciar parlare prima le immagini. No? Così quando arrivi in fondo e hai ammirato la bellezza di ogni singolo scatto, sai che quei ringraziamenti sono davvero importanti; ultimo, fra tutti, quello alla compagna Susan Sontag, che chiude “American Music”, nella semplicità di un atto d’amore tanto profonda in quanto arriva alla fine.

American Music” è arrivato fra le mie mani sotto forma di regalo di compleanno, impacchettato in un involucro color carta da zucchero con un bel nastro rosso.
Non c’è niente che possa rendere tanto felice un’appassionata di fotografia, musica e libri come il libro di una fotografa dedicato ai ritratti dei musicisti!
Avevo adocchiato questo volume una sera, all’esposizione di un’amica in quel di Modena, dove faceva bella mostra di sé fra pizzi e argenteria; un libro con la copertina rigida, un po’ severa, senza fronzoli.
Lo vorrei, ho detto, e qualche mese dopo sono stata accontentata 🙂

Mi piacerebbe parlarti, ogni tanto, di libri dedicati alla fotografia e ai fotografi; credo che anche tu investa un po’ del tuo budget in “bibliografia”, oltre che in attrezzatura fotografica, per arricchire il tuo bagaglio culturale e per prendere spunto dai più grandi anche senza bisogno di visitare una mostra – visto che il tempo a disposizione e le distanze geografiche non sempre lo permettono.
Non tratterò necessariamente delle ultime uscite, ma anche dei libri che penso dovrebbero essere in bella mostra nella libreria personale di ogni fotografo o appassionato di fotografia nelle sue più diverse accezioni (musica, ritratto, paesaggio, ecc.); oggi “rispolvero”, ad esempio, un volume del 2003.

Porter Wagoner, Nashville, 2001 © Annie Leibovitz
Porter Wagoner, Nashville, 2001 © Annie Leibovitz

Edito dalla Random House di New York, pesa quasi 2 kg ed è un vero piacere da sfogliare con le sue grandi pagine ruvide e profumate.
Apre per prima una foto di Pete Seeger, scattata a Croton-on-Hudson, sulle rive del fiume; Pete il cantante folk attivista americano per antonomasia. Cerata arancione da pescatore, t-shirt blu, cappellino verde, banjo a tracolla e lo sguardo che vaga lontano, mentre lo sfondo ciano si perde fra le acque e il cielo.

“Bene”, ho pensato, “si comincia”.
Un incipit forte che dà il “la” alle successive fotografie. I volti si susseguono fra colori perfetti e bianchi e neri da capogiro, in un’atmosfera che, nonostante le diverse location e persone ritratte, resta sempre la stessa. L’intenzione della Leibovitz sembra quasi quella di gettarti addosso una situazione, senza intermediari, nell’immediatezza del momento – incredibile, perché la tentazione di soffermarsi sull’analisi della composizione è forte, ma lo stupore vince ed ammutolisce il sezionamento analitico. Non sai quanto caso ci sia in tutto questo, quanto la fotografa abbia pilotato. I colori sembrano stati scelti appositamente, i dettagli del monocromatico incisi con un bisturi.

Iggy Pop © Annie Leibovitz
Iggy Pop © Annie Leibovitz

Annie ha lavorato come fotografa per la rivista Rolling Stone dal 1970 al 1983, 13 anni per formare l’occhio e la mano incredibile che, più tardi, l’hanno spinta a riprendere in mano con una nuova maturità i suoi temi originali, per trasformarli in quello che ha definito un vero e proprio “arazzo americano”.
Questo libro raccoglie l’essenza dei suoi viaggi nell’intero paese fra il Delta del Mississippi, negli honkytonk (taverne con sale da ballo) in Texas, nei jazz club di New Orleans “per scattare foto nei luoghi che significano qualcosa”. Il risultato è un insieme dei più grandi volti americani nell’ambito della musica che tocca i generi più disparati, in una rassegna silenziosa che fa sorridere, a volte rimanere bocca aperta, più spesso lascia alla contemplazione dell’immagine.

Ci sono alcuni intermezzi scritti proprio dai musicisti: Patti Smith, Beck e Ryan Adams, per citarne alcuni, e della stessa Leibovitz che racconta di sé e della genesi del libro.
Alla fine si trovano anche le note alla foto, che non sono solo note didascaliche ma costituiscono dei veri e propri racconti sulle vite dei personaggi ritratti.

L'indice del libro
L’indice del libro

Incipit dell'estratto di Ryan Adams
Incipit dell’estratto di Ryan Adams

B.B. King, Johnny Cash, Willie Nelson, Aretha Franklin, Eminem, Mary J. Blige, System of a Down, Jon Bon Jovi, Trent Reznor, Green Day, The White Stripes, Iggy Pop, Michael Stipe, Tom Waits, Miles Davis, Etta James, Norah Jones, Louis Armstrong, Bob Dylan… questi i nomi dei musicisti che forse conosciamo di più all’interno del panorama italiano, ma sono tanti altri quelli che completano il viaggio nel panorama dell’”American Music”.

Meg White dei White Stripes © Annie Leibovitz
Meg White dei White Stripes © Annie Leibovitz

Un libro che consiglio assolutamente a chi, come me, non può fare a meno di unire fotografia e musica, ma anche a chi vuole prendersi un po’ di tempo per sé, magari con una tazza di tè bollente o di caffè al ginseng, per conoscere più da vicino uno dei lati di Annie Leibovitz.
Se ancora non lo possiedi, puoi sempre fartelo regalare… 😉

C’è, invece, un libro che tu vorresti regalare o che vorresti farmi conoscere? Un libro che ti ha colpito particolarmente e di cui vorresti sentir parlare?
Aspetto i tuoi suggerimenti,
a presto!

Gloria

Interviste
Datemi un palco e vi dirò chi sono: intervista a Dustin Rabin

BILLY TALENT, AIR CANADA CENTRE, 2/2/2007 © DUSTIN RABIN

22/12/2014
Gloria Soverini
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Datemi un palco e vi dirò chi sono: intervista a Dustin Rabin

Qual è il tuo genere fotografico preferito, la tua passione più grande, il campo che ti infervora maggiormente e che ti fa desiderare di avere sempre la macchina fotografica a portata di mano?

Il mio è la fotografia live, senza ombra di dubbio!
Quando non faccio foto ai concerti, allora cerco su internet le gallery dei fotografi professionisti in campo musicale e sogno ad occhi aperti.
Sapendo di questa mia grande passione, spesso ricevo delle email con link a siti del genere da Simone Poletti e Simone Conti, come piccoli regali che mi vengono recapitati di tanto in tanto – qui in ufficio è sempre Natale, insomma, anche quando non si scartano i pacchi 😉

È così che sono capitata sul sito di Dustin Rabin – in realtà, mi è stato suggerito anche perché ha fotografato una delle mie band preferite, i Queens of the Stone Age; oltre che fotografa, sono soprattutto una patita di musica 🙂
Dustin ha un’incredibile capacità di adattarsi alle diverse situazioni e di offrire un immaginario visivo mai uguale a se stesso; ogni sua foto, pur mantenendo un filo conduttore con tutte le altre, vive di vita propria e rispecchia in maniera perfetta il momento in cui è stata scattata, le energie delle persone ritratte, le atmosfere che si respiravano al momento del click.

Questo è ciò che mi ha colpito del suo lavoro; ecco perché invito anche te a visitare il suo sito, ricco di immagini di concerti, backstage e ritratti di musicisti – alla fine dell’intervista troverai il link.
Mi auguro che Dustin Rabin ti piaccia tanto quanto è piaciuto a me!
Ora è venuto il momento di lasciarti alle sue parole 🙂

FP: Ciao Dustin, benvenuto su FotografiaProfessionale!
Quando hai cominciato a fotografare?

DR: Grazie a mio padre ho avuto a che fare con le macchine fotografiche per la maggior parte della mia vita. È lui che mi ha insegnato le basi della fotografia (diaframma, tempi di scatto, iso) quando ero molto giovane e ho giocato con cose come la profondità di campo e il mosso usando la Minolta di mia madre.

FP: Hai mai partecipato a corsi di fotografia, preso lezioni o altro, oltre che da tuo padre? 🙂

DR: Ho partecipato ad un corso di comunicazione di 2 anni che includeva un semestre di fotografia in bianco e nero, che insegnava sia le basi che lo sviluppo e la stampa in bianco e nero. Sono molto contento di aver fatto esperienza stampando le mie foto in camera oscura, per il resto conoscevo già gli argomenti trattati.

FP: Il tuo centro d’interesse riguarda soprattutto la fotografia live. Quando e perché hai cominciato ad esserne attratto?

DR: Al college intervistavo le band per la nostra radio e a volte le interviste venivano stampate nel giornale della scuola. Una volta mi è stato dato un pass foto per scattare ad un concerto, e quello è stato per me l’inizio di una nuova vita.

Dave Grohl - Foo Fighters © Dustin Rabin
Dave Grohl – Foo Fighters © Dustin Rabin

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News ed Eventi
Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

L’INGRESSO ALL’ARA PACIS

04/12/2014
Gloria Soverini
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Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

Non posso che cominciare il racconto della mia visita con una parola: emozione.

È stato un anno di lavoro intenso e di grandi soddisfazioni; sono stata impegnata anche nei weekend tra workshop e matrimoni, per cui ho avuto poco tempo da dedicare al resto. Quando ho deciso di tenermi libera per un weekend a fine novembre per recarmi a Roma, una città che amo, è stato naturale andarmi a cercare tutte le mostre in corso in modo da avere un planning ed ottimizzare la permanenza 😉

Con Simone Poletti a seguito, il sabato mattina è stato subito dedicato alla retrospettiva su Henri Cartier-Bresson proveniente dal Centre Pompidou di Parigi, inaugurata il 26 settembre al Museo dell’Ara Pacis.

Dopo una breve passeggiata, eccoci arrivati; mi sento già euforica!

Optiamo per il biglietto d’ingresso integrato per visitare sia il Museo che la mostra; l’Ara Pacis si può fotografare senza flash, ahimè divieto assoluto per Cartier-Bresson – e ne sarebbe valsa la pena viste le sale e l’allestimento. Mi devo rassegnare subito 🙂

Accedendo direttamente dal Museo, dobbiamo attraversare qualche corridoio per raggiungere l’inizio effettivo del percorso espositivo, e intanto mi sforzo di tenere lo sguardo rivolto verso i miei piedi per non sbirciare in anticipo le foto che vedrò fra poco… che fatica!

L’allestimento è stato organizzato cronologicamente tenendo conto delle fasi della vita e del lavoro di Cartier-Bresson, in modo da mostrarne l’evoluzione sottolineando le influenze che di volta in volta hanno contraddistinto un cambio di stile o di scelta dei soggetti.

Dopo l’introduzione, si parte con le prime fotografie – ce n’è anche una di Henri a 12 anni, nel 1920, con la sua macchina fotografica – e i primi schizzi e dipinti, perché la pittura è stata l’attività cui ha dedicato più tempo fino alla fine degli Anni 20; scriveva, infatti, “Ho sempre avuto la passione per la pittura. Da bambino, la facevo il giovedì e la domenica, ma la sognavo tutti gli altri giorni”.

Se la pittura mostra l’influenza di Cézanne prima e delle geometrie poi con la realizzazione di dipinti che seguono i principi della sezione aurea, la fotografia è un chiaro rimando al surrealismo e ad Eugène Atget.

La sezione successiva è dedicata ai viaggi fotografici, a partire da quello in Africa fra il 1930 e il 31; l’immagine che ne esce è quella di un insieme di fattori, come quelli ormai sedimentati del surrealismo e di Atget, con nuovi input dati dai rapporti con gli americani Levy, Caresse, Crosby, Gretchen e Powel, e dalla Nuova Visione Europea.

Riprese dall’alto, composizioni geometriche, ripetizione del motivo… la mano che tutti conosciamo inizia da qui. Nell’estate del 31 Cartier-Bresson raccoglie le sue fotografie in un quaderno a spirale, il “First album”, e decide di diventare un fotografo a tutti gli effetti.

Le fotografie del suo viaggiare fra Spagna, Italia, Germania, Polonia e Messico portano i segni, ancora, del surrealismo sviluppandone alcuni concetti: “bellezza convulsa” ed “esplosivo fisso” (André Breton), “erotico-velato” che sfrutta i poteri associativi e interpretativi degli oggetti avvolti, “magico-circostanziale”, quel concorso di circostanze che è una deflagrazione di senso, di rivelazione di nuovi significati, che è emblema della grande fiducia che Cartier-Bresson riponeva nella casualità (sempre di stampo surrealista).

La macchina fotografica è uno strumento meraviglioso per cogliere quel caso oggettivo”, scriveva.

Hyeres, 1932 © Henri Cartier Bresson
Hyeres © Henri Cartier Bresson

Seville, 1933 © Henri Cartier Bresson
Seville © Henri Cartier Bresson

André de Mandiargues, 1933 © Henri Cartier Bresson
André de Mandiargues © Henri Cartier Bresson

Portrait à Base de Rouge a Lèvres, 1931 © Henri Cartier Bresson
Portrait à Base de Rouge a Lèvres, © H.Cartier Bresson

Il surrealismo non lo influenza solo dal punto di vista artistico, ma anche politico: infatti, Cartier-Bresson condivide le posizioni comuniste ed antifasciste, e con queste premesse si avvicina, radicalizzando il suo pensiero politico, alla stampa comunista ed entra a far parte dell’AEAR (Associazione di scrittori ed artisti rivoluzionari).

Per il Ce Soir realizza un servizio fotografico sull’incoronazione di Giorgio VI, nel 1937, e più che concentrarsi sul re Henri fotografa soprattutto il pubblico presente: la folla è immensa e per vedere in molti fanno un largo utilizzo di strumenti, soprattutto di periscopi artigianali con specchi montati in cima che, per consentire la visione della scena, costringe chi ne fa uso a dare le spalle al re stesso. È proprio questo “voltafaccia” dei presenti ad interessare il fotografo, il quale vede tale azione come un atto rivoluzionario verso il potere.

Il cinema mi ha insegnato a vedere”, scrisse Bresson, ed è al cinema che è dedicata la sezione successiva; dopo aver fatto da assistente in 3 film per Jean Renoir, realizza un documentario sulla Guerra Civile Spagnola e durante la Seconda Guerra Mondiale entra nell’Unità Film e Fotografia della III Armata e nel Comitato di Liberazione dei Fotogiornalisti.

Il cinema è visto come il mezzo migliore per il suo impegno militante perché si rivolge ad un pubblico più ampio della fotografia e riesce a far passare meglio il messaggio.

Gira “Le retour”, un film sul ritorno dei prigionieri, ed è incredibile la serie di fotogrammi esposti che mostrano una collaborazionista che viene riconosciuta dalla donna che aveva denunciato.

Arriviamo quindi alla svolta da reporter: nel febbraio del 1947 Cartier-Bresson inaugura la sua prima retrospettiva al MoMA di New York e sceglie di diventare un fotoreporter a pieno titolo.

Mesi dopo fonda l’agenzia Magnum assieme a Capa, Seymour, Rodger e Vandivert, che lo impegnerà fino al 1970; in tutti questi anni compie moltissimi viaggi in tutto il mondo e collabora con i maggiori giornali internazionali realizzando un gran numero di servizi.

In mostra se ne possono ammirare diverse testimonianze, tra le quali alcune immagini del 48 che ritraggono la fine del Kuomintang in Cina per la rivista “Life”, quelle realizzate durante i funerali di Gandhi in India il 31 gennaio del 48 e le immagini scattate in Russia nel 54 dopo la morte di Stalin, volutamente “banali” per mostrare che i russi erano uguali agli altri uomini.

Mentre porta avanti l’attività da reporter, Henri prosegue con i suoi progetti personali: fra il 1644 e il 1961 esegue dei ritratti su commissione, che ne mostrano un lato più “insicuro”.

Per me fare un ritratto è la cosa più difficile, è un punto interrogartivi poggiato su qualcuno”.

Questo suo pensiero si traduce nella realizzazione degli scatti: in presenza del soggetto, infatti, fa di tutto per farsi dimenticare, restando distante, giocando soprattutto con gli sfondi ed il rapporto fra modello ed ambiente, più che con quello modello-fotografo.

Sartre © H.Cartier Bresson
Sartre © H.Cartier Bresson

Giacometti © H.Cartier Bresson
Giacometti © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson

Fino a questo momento, le foto in mostra sono soltanto in bianco e nero; è a questo punto che io e Simone ci troviamo davanti ad alcune stampe a colori, semplicemente… bellissime!

Un monitor provvede a mostrarcene altre, ed è davvero un peccato che nemmeno sul web si riescano a reperire perché, sì, sono proprio meravigliose per quanto Cartier-Bresson abbia scritto che “il colore era una necessità professionale, non un compromesso ma una concessione; era un mezzo di documentazione e non di espressione artistica”.

Forse per la difficoltà di gestire velocemente lo scatto con la pellicola a colori, meno sensibile e quindi con tempi più lunghi, Henri non si è mai dedicato al colore con una grande spinta – ma posso assicurare che la sua produzione non monocromatica è altrettanto affascinante 🙂

L’esposizione prosegue con una parte dedicata alle inchieste che Cartier-Bresson realizza in modo autonomo, non su commissione ma sotto la spinta e l’urgenza della carta stampata, poiché affrontano alcune grandi questioni sociali in una combinazione di “reportage, filosofia e analisi (sociale, psicologica e altro)” che sfocia in quella che si definisce un’antropologia visiva.

Sono visivo. Osservo, osservo, osservo. È con gli occhi che capisco”.

In mostra ce ne sono diversi esempi, ed è spesso la folla a fare da protagonista (ad esempio, si vedano la “Messa di Billy Graham” del 55 e il pubblico delle “Corse dei Cavalli” a Thurles, in Irlanda, del 52): per Henri la folla è infatti il luogo più stimolante e rappresenta un esercizio per la composizione.

Billy Graham © Henri Cartier Bresson
Billy Graham © Henri Cartier Bresson

Realizza anche una serie di immagini sul rapporto fisico tra uomo e macchina e sulle icone del potere, simili a fotomontaggi allo stato naturale, per ricordare che nel Novecento le immagini sono diventate vettori essenziali della politica, comprese le sue.

Prima di arrivare alla serie “American Way of Life” sulla società dei consumi, realizzata fra gli Anni 50 e 70, sono incredibili le foto raccolte sotto il nome “La danza delle città”, in cui Cartier-Bresson torta ad uno stile più contemplativo e “pulito”, con una composizione più essenziale.

Chiudiamo, dopo quasi due ore di percorso (ho anche preso appunti su un paio di fogli di fortuna, con buona pace di Simone Poletti), con le foto del “dopo Magnum”: si tratta di scatti dalla lunga durata e dai tempi dilatati. Henri si dedica a visitare mostre e musei, torna al disegno e si avvicina al Buddhismo; vediamo alcune foto di Cartier-Bresson scattate dalla moglie Martine Franck che lo ritraggono al Museo di Storia Naturale di Parigi, nel 1976, ed una del 67 mentre si sta facendo un autoritratto a matita – esposto nella parete a fianco assieme ad altri schizzi realizzati dal vero.

La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perpetua che coglie istante ed eternità. Il disegno con la sua grafologia elabora quello che la nostra coscienza ha colto di quell’istante.
La fotografia è un gesto immediato; il disegno una meditazione”.

Il percorso espositivo è come un cerchio, un ouroboro, in cui l’inizio e la fine si incontrano dopo un lungo peregrinare, come nella vita di Henri Cartier Bresson: disegno e fotografia aprono e chiudono la  sua attività di artista, fotoreporter e uomo di mondo, che ha saputo interpretare gli anni e lo scorrere del tempo in maniera onesta e sincera.

Ti consiglio assolutamente di fare come me: prenditi un paio di giorni per visitare questa retrospettiva – hai tempo fino al 25 gennaio 2015 – ed altre mostre (ne troverai sicuramente di tuo interesse). Ne uscirai ristorato e con una consapevolezza in più, perché poter vedere da vicino le fotografie di un grande maestro con il supporto delle tavole che accompagnano le sezioni, aiuta a comprenderne ancor meglio il lavoro e ad apprezzarlo ancora di più.

Al prossimo articolo, dedicato alla visita al Festival Internazionale di Fotografia sul Ritratto al MACRO di Roma 😉
Gloria

Tecnica Fotografica
Ogni tanto mi si spegne il cervello

OGNI TANTO MI SI SPEGNE IL CERVELLO

07/10/2014
Simone Conti
1 commento ]

Ogni tanto mi si spegne il cervello

Oggi faccio un po’ di autoanalisi. Magari quello che sto per raccontare è successo anche a te. Se non ti è successo invece potrebbe essere uno spunto di riflessione. Ti va di seguirmi?

Sabato stavo facendo delle foto a un matrimonio. Strano, vero? Situazione assolutamente divertente…

Lo zio della sposa, in veste di “chauffeur” della Giulia Super 1300, mi dice che per raggiungere il vigneto dove gli sposi desiderano essere fotografati prenderà una scorciatoia. Fantastico! Eravamo un filo in ritardo sul programma (strano, vero?) e una scorciatoia sarebbe stata l’ideale.

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Post-produzione
C’era una volta la post-produzione

UNA FOTO DI FAMIGLIA CON UN SEGRETO…

10/06/2014
Gloria Soverini
2 commenti ]

C’era una volta la post-produzione

La Fotografia riserva spesso molte sorprese, ancor meglio se lo stupore nasce da una foto di famiglia che svela un segreto…

In questa bellissima fotografia di inizio Novecento ci sono mia nonna materna (Angiolina, la bimbetta a destra con le dita in bocca), con sua sorella maggiore e i tre fratelli: Argia, Armando, Marino e Luigi; la bisnonna Adele (o, com’era chiamata all’emiliana, la nòna Adelèina) è seduta fra loro e il bisnonno Lorenzo sta in piedi, sorridendo benevolo verso l’obiettivo.

La foto "incriminata"
La foto “incriminata”

Sono da sempre affascinata dalle vecchie foto d’epoca, e da questa ancora di più… beh, è la mia famiglia 🙂
Ma non voglio certo parlare del mio albero genealogico!
Un giorno, osservando la stampa da vicino, mi sono resa conto di una cosa di cui non mi ero assolutamente accorta al primo sguardo: il bisnonno Lorenzo è stato aggiunto in “post”!!!
Avrei dovuto notare subito la differenza delle ombre sul suo viso ed anche la colorazione della sua pelle, decisamente troppo bianca rispetto alla pelle degli altri! Dopo i primi secondi a bocca aperta ed aver chiesto spiegazioni in merito (purtroppo era mancato poco tempo prima che la foto venisse scattata), mi sono fermata ad ammirare la cura dimostrata in questo “inserimento pittorico”, tanto che, appunto, non mi ero accorta subito dell’aggiunta postuma. LEGGI TUTTO >>

Tecnica Fotografica
Fotografare in bianco e nero è più facile!

JUST TEASING

11/05/2014
Simone Conti

Fotografare in bianco e nero è più facile!

Lo so. Ne sono conscio. Sono sicuro che accadrà. In genere succede tutte le volte che tiro fuori questo argomento! Tutte le volte che ne parlo, anche se dichiaro anticipatamente il tono volutamente provocatorio, finisce sempre con un gran “polverone”. Magari questa volta sarà diverso… Vedremo…

Anche questa volta dichiaro apertamente il mio intento: sarò deliberatamente provocatorio!

Se vuoi conoscere cosa ne penso realmente seguimi per tutto l’articolo, altrimenti prendi per buono questo concetto…

Fare fotografia in bianco e nero è decisamente più semplice rispetto a farla a colori. Il bianco e nero è più semplice. Punto!

Anche durante il seminario Shape the Light in occasione di Fotografia Europea, domenica scorsa, ho parlato della cosa e naturalmente, come previsto, ho visto ben più di un sopracciglio inarcarsi!

La questione è fondamentalmente questa: credo che sia esattamente come scrivo e credo anche che ci sia una buona spiegazione, persino piuttosto logica, che possa convalidare la mia tesi.

Cosa ne dici? Vuoi saperne di più? Mi farebbe molto piacere sapere cosa ne pensi tu!

Ovviamente gli amanti del bianco e nero generalmente si inalberano di fronte a questa mia affermazione. E tu? Pensi anche tu che fare una buona fotografia a colori sia molto più complesso che realizzare la stessa immagine in bianco e nero?

Just Teasing - File in B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S
Just Teasing – File in B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S

Cerco di spiegarmi meglio! Quando parlo di facilità e semplicità mi riferisco, nello specifico, alla decodifica dell’immagine e non alla sua realizzazione tecnica in sé per sé. La tecnica rimane sostanzialmente la medesima sia nel caso del colore che per il bianco e nero. Quello che cambia, a mio parere, è la velocità in cui, durante la fase di composizione dell’inquadratura, si riesce a percepire della scena.

Analizzare una scena a colori è molto più complesso e ricco di distrazioni rispetto ad osservare una scena in bianco e nero. Decifrare un’immagine a colori richiede uno sforzo molto maggiore al nostro cervello visto che deve elaborare tutti i segnali provenienti dai coni oltre che dai bastoncelli presenti nei nostri occhi.

Just Teasing
Just Teasing

Recentemente, dopo una interessante chiacchierata con un amico fotografo che ha già fatto di questa scelta un’abitudine, ho deciso di impostare la mia Fuji X100S in modalità bianco e nero. In questo modo gli scatti in jpeg che produce sono completamente scevri dalla distrazione che il colore comporta. Nel mirino elettronico posso comporre senza distrazioni e ho comunque un file RAW che posso sviluppare a colori direttamente in macchina oppure con più calma sul Mac con Lightroom5. È incredibile quanto sia più semplice individuare e decifrare la struttura dell’immagine già in fase di composizione prima di scattare e ottenere, in questo modo, foto migliori.

Ti invito a provare! Probabilmente ti accorgerai che percepire l’illuminazione della scena è più immediato. Il contrasto della scena è più semplice da gestire e il tuo lavoro di composizione dell’immagine ne gioverà.

Gran Caffè - File B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S
Gran Caffè – File B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S

Questa naturalmente è anche la ragione per cui le immagini in bianco e nero piacciono molto di più… sono più semplici da decifrare, da capire, da decodificare e il nostro cervello, essendo tendenzialmente pigro… tende a risparmiare energia! Leggere un’immagine in bianco e nero è più semplice, quindi risulta più probabile che piaccia!

Gran Caffé
Gran Caffé

Cosa ne dici? Preferisci il colore o il bianco e nero? Cosa ne direbbe secondo te Henry Cartier-Bresson? Se Bresson avesse potuto scattare a colori, lo avrebbe fatto? 🙂

Ciao e buone foto

Simone Conti

"Tecniche Avanzate di Conversione e Correzione del Bianco e Nero" - Video-corso di FotografiaProfessionale.it